A Christmas Carol – una retrospettiva

La folla si riversava sulla strada principale fino quasi ad arrivare all’entrata secondaria dello stadio. Era la prima volta che alla chiamata rispondevano così tante persone. Ci sono stati anni in cui si faticava a trovare qualcuno che per due settimane volesse calarsi nei panni di Babbo Natale, tanto che per due volte di seguito venne chiesto, come favore, a Gianni, il cugino del direttore del Centro Commerciale, al quale mancavano due denti, e puzzava sempre di rum. Negli ultimi tempi potevano  addirittura permettersi di fare dei provini. Dall’alto, il fiume di giubbe rosse e cappelli, si allargava come imitazione del Nilo in opposizione all’entrata del Centro Commerciale, fino a stringersi ad imbuto davanti alla porta di ingresso, che con un rigido sistema di transenne e svogliati uomini in casacca nera, concedeva l’accesso ad un solo Babbo Natale alla volta. In tutta quella folla, l’unico uomo che si riusciva a mettere a fuoco era Eugenio, un ex carpentiere dalla faccia bonacciona, che da quando aveva perso il lavoro all’età di cinquantaquattro anni, campava di qualche sussidio e qualche lavoretto. Lo si distingueva perfettamente, perché nella sua postura educata e ben composta era inseguito da una personale luce da presepe che ne tradiva una vaga qualità morale che era facile da accettare, anche solo sulla fiducia. Per l’occasione indossava un abito tradizionale, con fibbia lucida, cappello e stivale nero, che lo rendeva credibile e rassicurante, tanto da mettere in ombra qualunque versione personalizzata o modernizzata optata da altri candidati stipati in fila.

La folla avanzava a passo di lumaca, ma tutto sommato Eugenio si era guadagnato una buona posizione. Distava forse una ventina di metri dall’ingresso. «Abbiamo fatto bene a metterci in fila dal mattino» gli disse Badar, di poco avanti a lui. Si erano conosciuti lì, in cinque frasi di botta e risposta dovute alla stessa intuizione di arrivare all’appuntamento con un consistente anticipo. Lui era molto più giovane, e la finta barba bianca gli divideva la faccia in una geografia precisa di due regioni, dove la prima, dalle foltissime sopracciglia nere, scivolava sotto una seconda, una moquette  sintetica, estranea e volgare come un ecomostro. Eugenio si guardò alle spalle e vedendo quanto ancora si allungava la fila, rispose a Badar con un convinto cenno affermativo della testa. Erano in tantissimi. Una folla da stadio, da concerto, un corteo degli anni buoni. Eugenio aveva ormai sessantacinque anni, ed era da circa quarantacinque che non si ritrovava, volente o nolente, in mezzo ad una strada con tante persone con cui condivideva un obiettivo, tanto che, anche solo per ingannare il tempo, quel pensiero cominciò a dilatarsi tra le pareti della sua testa: erano lì, in tantissimi, vestiti uguali, come ad indossare un’uniforme, stretti, che sarebbe bastato sollevarsi di quattro piedi e urlare qualche parola ben riuscita, per concludere la giornata in una convinta e sanguinosa e fuori moda, come dire, lotta di classe. Era una parola della sua giovinezza, e come tale era malinconica, come i ricordi dei suoi nonni e del quartiere in cui giocava a pallone.

«Se mi infilo bene sono tra tre» era sempre Badar, che si girava ogni tanto per aggiornare Eugenio. Il volto dell’amico di circostanza, si piantò come un pugnale nel cuore della sua malinconia politica, perché, era evidente, lui e Badar, non avevano proprio niente in comune che potesse fargli pensare di appartenere alla stessa classe, e così per ogni altra persona presente in quella strada. Niente li accomunava, se non il trovasi lì nello stesso momento, e quel costume, che entrambi avevano accuratamente stirato quella mattina. Niente. Se non il bisogno di un lavoro, e la predisposizione ad ogni compromesso, e la cosa li rendeva, con molta più facilità, nemici, più che compagni. 

Erano ormai abbastanza vicini da vedere l’ingresso. Insieme all’ennesimo ragazzo in uscita dal provino, si mostrò, in una delle sue rare apparizioni, il direttore del Centro Commerciale, che, spazientito e con gran voce si rivolse alla folla: «Per l’ultima volta: non prendiamo Babbi Natale neri, né indiani, né orientali! Stiamo cercando un Babbo Natale, bianco, occidentale. È chiaro?» E scandiva le parole, i colori, le nazioni. «Siete dei razzisti!» inveiva il ragazzo indiano che con l’ultimo provino aveva spazientito il direttore, gettandogli addosso il cappello a punta. «Non è razzismo» le orbite degli occhi del direttore compirono un giro completo «solo che Babbo Natale è bianco. È un fottuto signore occidentale. Americano? Finlandese? Lappone? Non lo so, non me ne frega un cazzo, ma non voglio un Babbo diverso da quello a cui siamo abituati, nessuna stortura da Commercio Equo e Solidale qui nel mio Centro Commerciale». E se ne tornò dentro sbattendo la porta, tra gli imprechi in lingua madre del ragazzo indiano e il brusio generico della folla in ascolto. 

«Va bhè amico, io me ne vado. Non sarà mio questo lavoro» disse Badar in ultima battuta. Si staccò la barba, diede per qualche secondo la caccia a un ostinato pelo bianco sulla punta della lingua e: «Mi raccomando Eugenio, in bocca al lupo» e si allontanò, gettando in una pattumiera poco più in là anche il cappello. 

Eugenio era sempre più vicino. Sentiva alla perfezione la musica nauseante del Centro Commerciale. Ci saranno state trenta persone tra lui e l’ingresso, e distingueva gli sguardi degli avversari che uscivano. Uno ad esempio era uscito in lacrime. Era bianco, con la barba naturale, e della giusta fascia d’età. Continuava a dire che avrebbe dovuto portare la chitarra, che con quella nessuno avrebbe avuto il coraggio di dirgli di no. Poi se ne uscì, per la seconda apparizione, il direttore che, avvicinandosi ad uno dei signori in casacca scura: «Contane venticinque e basta, gli altri mandali a casa» disse. Eugenio intercettò il messaggio e si mise a contare quante persone aveva davanti. C’era dentro? Non lo sapeva, non riusciva a contare con precisione, non si trattava di una fila indiana ordinata. L’uomo in casacca cominciò a contare e trarre a sé i candidati: «Tu, uno. Tu, due…» Eugenio allungava il collo e cercava di premersi addosso a chi lo precedeva per provare a guadagnare qualche posizione. «Tu, dieci. Tu, undici…» Eugenio riuscì a sorpassare un signore poco motivato. «Tu, ventiquattro, e tu…venticinque» nel dire l’ultimo numero la casacca trascinò a sé l’uomo che precedeva subito Eugenio, escludendolo per un pelo. 

«Grazie a tutti ma chi non è stato contato, può andare. Non abbiamo tempo per farvi tutti» e piazzò una transenna sotto il naso di Eugenio a dividerlo dall’ultimo graziato. «Ma checcazzo!». «Non è giusto, sono qui da ore». «Ho saltato un altro lavoro per essere qui». La folla era in delirio, esprimeva come poteva il proprio disappunto, che poi, nel giro di qualche minuto, si placò e si disperse, come si dispersero i Babbo Natale lungo le strade.

Eugenio si attardò sul luogo. Era un lavoretto come tanti altri, nessuna questione di principio, ma era un piano già collaudato, e gli servivano i quattrocentocinquanta euro preventivati nell’annuncio. Era Natale, e doveva – voleva – poter riuscire ad ospitare a pranzo, i suoi figli. E mentre si convinceva di quanto fosse fondamentale per lui questo lavoro, le venticinque persone prescelte assunsero posizioni e spazi più rilassati. Non dovevano più stiparsi come belve in attesa di essere notati. Anche le casacche scure si concedevano più distrazioni, tanto che di quattro, tre staccarono il turno e ne rimase una sola a controllare. I venticinque si sparsero, per rigirarsi in testa quali fossero le proprie doti da esporre al colloquio. Eugenio vide uno di loro appoggiarsi alla transenna, in disparte, mentre gli altri preferivano rimanere vicino all’ingresso. Gli altoparlanti del parcheggio urlavano la pubblicità di un detersivo miracoloso. La voce era talmente alta che Eugenio non riusciva neanche a pensare, e in quel caos personale iniziò ad avvicinarsi. La casacca nera era momentaneamente presa dalla pubblicità di Victoria Secret che veniva trasmessa in loop da uno degli schermi in vetrina, e a pause regolari ammiccava al Babbo Natale più vicino a lui, anch’egli estremamente colpito. «Ehi amico» disse Eugenio al Babbo vicino alla transenna. Non fece neanche in tempo a voltarsi del tutto che Eugenio gli sferrò un preciso e violento pugno in faccia che lo fece accasciare a terra privo di sensi. In lucida velocità lo scavalcò con la transenna, la posizionò poco più avanti e gli prese il posto. In preda ad un folle tremore, che non sapeva chiamarsi adrenalina, Eugenio provò a rilassarsi acquisendo una delle insospettabili pose dei venticinque selezionati. Aveva le nocche sporche di sangue. Mentre respirava profondamente, obbligandosi a smettere di guardarsi attorno con aria nervosa, si pulì la mano nella giubba, e il sangue fece presto a scomparire nel rosso del Natale. 

«Oh no, cristo santo, cosa succede lì in fondo?» La casacca nera con passo poco convinto fece per avvicinarsi al corpo steso del Babbo Natale. Eugenio ebbe un mancamento. Poi, neanche a metà tragitto: «Tutti gli anni la stessa storia. Questi barboni ubriachi ci provano tutti gli anni» e poi alla ricetrasmittente: «Denis, Denis, senti, qui fuori c’è il solito senzatetto collassato. Manda qualcuno ad occuparsene. Lo so che è un brutto momento. Appena puoi. Senza fretta» E ritornò alla sua posizione. Eugenio fece un sospiro di sollievo e riprese a calarsi nella parte. Del Babbo a terra se ne occuparono dopo una ventina di minuti, che stava già rinvenendo e non si ricordava cos’era successo. Nella pietà del soccorritore, che lo credeva un ubriacone disperato, con un ematoma tra gli occhi e il naso dovuto alla caduta, venne pazientemente scortato ad imboccare la strada del ritorno, che, pensava Denis, avrebbe avuto come meta un’aiuola, o forse un ponte. 

Passò poco meno di un’ora prima che arrivò il turno di Eugenio, l’ultimo dei colloqui. Il direttore lo vide entrare, così, nel suo convincente abito tradizionale, la faccia bonacciona, la presenza rassicurate tanto che lui stesso provò lo slancio di volersi sedere sulle sue ginocchia e confessargli ogni suo più intimo desiderio. Perché era impossibile non notarla, quella luce, quella personale luce da presepe tutt’intorno, che metteva in evidenza qualche vaga dote morale, che sì, era proprio vero, era facile da accettare sulla fiducia. 

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