ABISSI

Naufragi etilici in locali trendy

Il tavolo fra noi, e i bicchieri vuoti sopra. Il barista ha il papillon di legno e impiega 15 minuti per ogni cocktail, lo tratta come qualcosa di importante e io «boh», penso. Quest’aria trendy che si respira non mi piace, eppure ci sto in mezzo. Il tavolo sempre tra noi e i bicchieri vuoti sopra. La prima volta che ci siamo detti che ci amavamo è stato un paio di anni fa, e continuiamo a farlo.

Anche adesso. Vola sopra al tavolo, il “ti amo”, tra le bottiglie, le cartine, le applicazioni, gli esami e i carica batteria, con i loro fili maledetti. Soprattutto quando cala il silenzio, ci si aggrappa subito al “ti amo” di rito, piuttosto che farci vedere muti, perché no, non saremo mai come quelle coppie patetiche che non si parlano. E allora ci si guarda intorno, e si odia insieme, si odia il papillon di legno, i 15 minuti per cocktail, le bionde che giustificano il sistema patriarcale, e ci chiudiamo nel nostro disgusto, che ci rende speciali, che basterebbe forse non tornare più qui, ma, chissà perché, continuiamo a farlo.

Adoro parlare di sviluppo globale quando intorno la gente pensa a dove andare a ballare, per non parlare della tragicità della nostra situazione, che non avremo mai occupazione né pensione, e questi invece sfoggiano la camicetta che si sono comprati proprio oggi, a 95 euro, con la carta di papà. È dura essere illuminati, quando si rimane in pochi a non aver perso la testa, e brindiamo alla nostra unicità, perché grazie a te ho ingannato la morte, ma con altri ossi duri come il capitalismo, c’é ancora da lavorarci. «Buona questa!» e ridi.

Poi cala il silenzio; mi accorgo che hai un neo sulla guancia. Da quando? E perché guardi quella? Non è mica il tuo tipo! Ricomincio: parlo dell’America, che anche se ora c’è Obama, è sempre la solita, e tu «cazzo, sì», dici, e offendi le armi, e il nazionalismo eccessivo che ha fatto sempre dei grossi casini. Ti amo, certo. Poi ti alzi. Ogni volta che ti allontani, ti perdo, ti inghiotte l’ignoto. Conosco te, tua madre, la tua casa da anni ormai, ma non conosco le tue mosse. Potresti andartene ora, lasciarmi qui. E lo accetterei. Ma ti risiedi, e ci ricomponiamo, in un quadretto che ha quasi un senso.

Vorrei presentarmi, d’altronde è tutta sera che parliamo. Cosa ti direi? Che sono disillusa, per la crisi, per l’apatia, per i tagli all’istruzione, e bevo e mi drogo perché non c’è gioia per chi è come me. Soffrire? Naaa…la sofferenza va di moda quest’anno, è ridicola, una falsa garanzia di profondità, e io, che porto le Clarcks, ho aderito alla non moda, e quindi non soffro. E tu, tu sei come me, facile! Guardavo il tuo profilo facebook molto prima di incontrarci, e già ti capivo, così complicato come ti mostravi. Dev’essere falsa infatti, questa sensazione che ho, di non conoscerti, di non riuscire a interpretare i tuoi pensieri, quando stai in silenzio e i tuoi occhi ruotano intorno.

E allora capisco: io, in te, non mi ci sono mai tuffata. Sono arrivata solo lì, dove si sono immerse giusto le ginocchia. E galleggio. Galleggio su una rete di nulla, che, non so come, mi sono ritrovata tra i piedi e il mondo. Una rete di discorsi, articoli di giornale, saggi saperi popolari e demagogie. Perché finché c’è da chiacchierare possiamo dire di amarci, ma se si potesse andare affondo, se esistesse un fondo, cosa ci troveremmo? Ho la vertigine al pensiero di quello che potrebbe starci, dentro di noi, quante meraviglie, orrori, rovine, detriti. E invece usiamo solo quello che è già in circolazione: frasi ovvie, abitudini collaudate, idee risentite. Ricicliamo. Potevamo stare in molto meno spazio allora; questo pozzo di corpo, questa coscienza profonda, è solo spreco.

Sei un abisso, ti guardo e mi fai paura. Quanto hai sepolto, quanto hai dimenticato, di te? Le fragilità, che non mi hai mai raccontato, le sofferenze, che non hai ritenuto degne di essere rielaborate. Quanta paura hai, di non rispettare le aspettative, di questo luogo, di questa città, di questo mondo. Perché non lo dici? Perché non ti mostri, buco nero quale sei, bello, profondo, e denso? Stiamo qui, a criticare senza forza di agire, senza coraggio di mostrare la vera e pura banalità, di chi si ama ed è semplicemente felice, e ha paura.

Guardo le Clarcks e sorrido. Che stupida idea pensare di essere intellettuale tramite le scarpe. Voglio salvarti, tuffarmi in te, sollevare grandi onde, scoprirti, smuoverti, proteggere dal deterioramento tesori sommersi, e fotografarli: che foto incredibili ci verrebbero! Pronte da postare su Instagram che chissà quanti mi piace si prendono.

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