Bastardo posto

Così girò per un po’ con qualche piuma tra i capelli fingendosi lo stereotipo di uno sciamano. Era la scappatoia migliore che si inventò l’avvocato per giustificare la coltivazione di marijuana che gli trovarono in casa. Meno male che da poco aveva fatto un viaggio in India, se no il cavillo non avrebbe retto, ma sembra che con questo escamotage riuscì a scamparsela. Per l’opinione pubblica passò dall’essere un criminale, ad uno dei tanti originali del paese. Poi, gli sequestrarono tutto, le piante, l’impianto d’irrigazione, la lampade calorifere, e anche i vasi, perché sembra coltivasse anche funghi allucinogeni. Settanta vasi, dicono. Ma in paese esagerano, e io esagero ancor di più, quindi tirate voi le somme.

Viveva con la mamma e la nonna, la Iole, che passava la giornata alla finestra che dava sul campo da calcio, e il massimo dello spettacolo esotico a cui poteva ambire, erano i tornei di cricket della comunità cingalese, ben inserita, devo dire, nel paese. Quello che poi ci si cominciò a chiedere è se le due donne sapessero del pollice verde del figlio, se condividessero o se ne fossero all’oscuro, se la Iole fosse in realtà il palo, o se, ultima alternativa, sapessero dell’attività, ma ci vedessero qualcosa di innocuo senza rischio legale. Tanto che, si dice in piazza, avevano sempre a pranzo numerosi amici, che con la scusa della perdita dell’autobus, o dell’essersi fatto tardi, rimanevano nella speranza che la Iole, di quei funghi, se ne approfittasse per fare il ragù.

Ormai son passati tre o quattro anni da quella vicenda, ma se ne parla ancora: «L’è la cà dlo Sciamano» si dice, quando ci si passa davanti, e lo sanno tutti.

Quelle poche cose che capitano, due o tre all’anno di solito, rimangono in circolazione per molto tempo, resistono per un quantitativo industriale di caffè al bar, e dal giornalaio la battuta scappa ancora, anche quando sembra si sia voltato pagina.

Quando non si parla degli altri si prova a mettere su famiglia, anche se lo si fa senza saperlo, oltre che ad indignarsi per le buche in strada, battaglia che statisticamente l’abitante si prende molto a cuore. Quelli che vogliono fare carriera ne escono presto, dalla vita di piazza, rientrano solo per dormire, e passano le giornate nei centri grossi. Anzi, c’è chi emigra proprio: Bologna, per chi il cordone ombelicale lo vuole solo allungare, Londra, Parigi o Berlino per chi usa lo slogan “qui ci sto stretto”, e in un qualche modo si sente speciale, come se a contenerlo servissero molti più ettari. E lo scopriva ora Arrigo, mentre il nipote gli da la notizia:

«Parto in Erasmus nonno. Dieci mesi in Inghilterra».

«’Sa fet?»

«In Erasmus, nonno. Vado a studiare all’estero».

Bene, c’era da aspettarselo, pensava Arrigo, che già il nipote gli era nato americano, con quei cartoni che guardava, coi vestiti che portava, con quella musica che cantava. Ma ai nonni questo piace, vedere che i nipoti godono di migliori possibilità, anche se degli aerei continuano ad avere una paura matta.

«Ma poi ritorni per votare eh?» si preoccupava Arrigo.

«Credo di sì nonno. Spero in un volo conveniente».

Il paese è da sempre il luogo da cui si fugge, e anche lo Sciamano ci ha provato, che dopo il misfatto ha messo in vendita la casa. I motivi non sono chiari, ma la vergogna è stata scartata, perché una volta che diventi racconto diventi al contempo leggenda, e nelle leggende la vergogna non esiste, si parla semmai di disonore, ma lo Sciamano non aveva fatto altro che essere se stesso, e come scusante retorica in paese era stata accettata di buon grado.

Comunque a forza di scappare, quando le persone tornavano non riuscivano più ad abituarsi: posti stretti, troppo silenzio, poca folla, nessun concerto alla sera, il giudizio e il dialetto maccheronico. Niente: nessuno più riusciva a starci, si sentivano morire dentro, senza stimoli, imprigionati, senza sbocchi, quindi sceglievano un’altra meta e via, per master, seminari, stage, tirocini, lavori o qualunque altra cosa. Vivevano sugli aerei, cambiavano appartamenti e coinquilini, cambiavano la lingua con la quale comunicavano come i calzini, cambiavano amici e ne avevano talmente tanti che avrebbero potuto viaggiare il mondo gratis, ospiti dall’uno e dall’altro. Questo è bello. Questa è vita. Questi sono i giovani. Curiosi, incasinati, borderline.

Finiva però che nessuno si ricordava di rientrare per votare. 

Arrigo passeggia tra le vie del centro, col cappello come tutti i vecchi, il nipote a Londra, quasi medico, e i cartelloni elettorali dietro la schiena, raggrinziti dai giorni pioggia. Lo sa che non è un paese per giovani, lo sa che le possibilità sono poche, su tutta la nazione, figurarsi in provincia. Lo sa che l’inglese è la lingua del futuro. Lo sa che fanno bene a scappare. Non è malinconia quella che prova. Più come, non saprei dire, qualcosa di simile alla paura di morire, di finire lì, dove finivano le gambe. Cosa che con la guerra gli era passata. Schiacciati tra le grondaie e le insegne dei negozi ogni tanto si trovava, passeggiando, la lapide di qualche caduto, i martiri che nel quarantacinque hanno liberato il paese. Non ci si faceva più di tanto caso, perché erano li da sempre, come il tempo. E sì, ognuno la libertà deve potersela rigirare come vuole, è questo il bello, è questo il senso di tutto, ma è difficile essere liberi, e questo forse Arrigo non è stato bravo ad insegnarlo. Inseguire i sogni, certo, la possibilità di farlo, ma senza essere farfalle. È pesante infatti, la libertà, un masso, perché con lei- che immagini di ali, vento e colori- erediti una grossa responsabilità, ed è questa responsabilità che va portata in giro, sia che si rimanga, sia che si parta, e di questa va tenuto conto quando si comincia a costruire. Dove, può anche non avere importanza, se si ha capito il concetto. Ma il concetto è stato capito?

Chissà se il nipote ha mai letto quelle lapidi, chissà se ne parla con gli amici in Inghilterra, probabilmente non inglesi. Se così non dovesse essere è anche colpa del nonno, che di quel periodo ne parla poco. E poco se ne parla da qualunque parte.

«Ve mo lè, lo Sciamano la ritaché a vander» si cominciava a dire di nuovo in paese. Infatti  nel frattempo lo Sciamano, non solo non era riuscito a dare via casa, ma aveva anche ripreso il suo business, con amore, come è sempre stato, perché per rimanerci, in provincia, per starci senza soffocare, sicuri di non essere speciali e incontenibili, bisogna sapersi reinventare.

E anche questo Arrigo lo sapeva.

Commenti

Lascia un commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Potrebbero piacerti anche