Calanchi

Dei calanchi ho le crepe, che non sono le cicatrici degli uomini, degli esseri che si muovono e vivono. Le mie sono di quei crepacci che vengono perché stai fermo, e ti piove in testa, e stai fermo, e la terra trema, e stai fermo, e prima c’era il mare e adesso i lupi, e tu sempre fermo. La mappatura di queste crepe mi contraddistingue, sono come vene, tubature, le pieghe del palmo della mano in cui qualcuno legge il destino. Se non avessi patito, sarei ancora una spiaggia, affollata, esangue sotto il taglio degli ombrelloni conficcati in profondità. E invece sono liminare, un bordo da cui puoi solo tornare indietro. E intorno non cresce più niente, e come unica attività, frano, non batto colpi, per rispondere si o per rispondere no, ma frano, sempre. 

Quello che sono è il semplice risultato di una difficoltà, che alla fine accetto. Incasso, e la sabbia frana. Ma l’accettare non è una scelta. Accetto, per pigrizia, perché reagire è un movimento che non mi è istintivo. Piuttosto penso, rifletto, cosa fare e cosa non fare. La ragione è il mio primo istinto, i miei solchi sono l’indignazione, e l’immobilità la scusa ontologica che mi permette di non fare nulla. Mi indigno, per questo sono tra i buoni, ma sto ferma. Credo di star opponendo resistenza, perché mi trovi sempre lì, ma come mi trovi? Son sempre diversa, ammaccata qua e là come una pesca matura. Io lo vedo, che tutto cambia, classifico il cambiamento, lo cesello, ci scrivo sopra lunghi trattati, ma non posso tradire la mia natura, che mi vuole complemento di luogo, e non d’agente.

Sono un posto. Da arredare. L’arredamento più in voga è stipato nel reparto “ambizioni”. Le trovi da IKEA e le monti in qualche ora. Un pacco di viti tiene insieme le pagine che scrivo, del color seppia dei ricordi, con le immagini di copertine e libri e premi e interviste e articoli di giornale e carriera e rispettabilità, e se intorno suona l’allarme, io non posso, c’ho da fare, c’ho da montare, c’ho da inviare l’ultimo curriculum vitae e l’ultima lettera motivazionale. Sono una ragazza che si fa in quattro. Quattro parti. Quattro pezzi. Da montare. Seguo le esatte istruzioni per non sbagliare, per arrivare, un giorno, ad occupare il posto che mi renderà felice. Ricerco la mia speciale, sola, individuale felicità. Mi specchio nell’acqua per capire se sto andando nella giusta direzione, come una carpa, un tonno, contro o verso corrente, e se sto diventando quello che voglio. Mi compiaccio, sullo specchio di mare, con le ginocchia che si sgretolano piegate sul bordo. E a mala pena mi accorgo che il riflesso da Narciso è disturbato dalle brusche braccia che dall’acqua si allungano per cercare aiuto.

Non lo chiedono a me, cazzo no! di cosa mi accusate? non sanno nemmeno che ci sono, non è mio compito salvarli, perché io sono distante, sono alta, oltre il livello del mare, sono nell’accogliente entroterra che mi permette di concentrare le forze nel perseguimento dei  miei sogni. La scrittura. La danza. Quando ne ho l’occasione, però, quante parole mi escono sulle ingiustizie, sui diritti umani, su quelli civili, sui disastri dell’oggi! Quante cose giuste che dico!

Il dubbio che mi viene, alle volte, dopo un bicchiere forse di troppo o forse esatto, mentre vaneggio e blatero come sotto influenza, è che potrei essere io, proprio io, di quella generazione a cui tocca seminare, invece che raccogliere. La realtà fattuale, in questo paesaggio semi lunare d’Appennino, è che qui è tutto secco, e si sgretola. Continuiamo, però, non demoralizzati dalla realtà fattuale, non dagli occhi sinceri, a grufolare nella sabbia in cerca di provviste, di antichi frutti o ghiande piantate dai nostri antenati, nonni partigiani, padri imprenditori, e dal cui nutrimento, si dice, ci invade la forza per desiderare. Desiderare di essere, di avere, di diventare, di essere noi soli, originali, perseguire la felicità, con ogni mezzo. Ma qui nel secco trovo solo il passato. Conchiglie o fossili dalle ossa interrate che se provi a succhiarle ti rimane in bocca solo un alito di polvere e sete.

Continuo a ballare e a scrivere, testarda, è la strada per la mia felicità, non posso farne a meno, ma non ho pubblico. L’unica folla che esiste, ancora unita, è quella lì, di gente che affoga, che con le dita mi da voti in numeri, mentre affondano e smettono di combattere e cedono ai miei vanti, e di loro non lasciano nulla, non un nome, non un documento, non un desiderio. Ma almeno ecco, mi dicono che sono brava, e mi guardo in quelle acque putride e il mio volto riflesso c’è ancora, galleggiante tra le onde succose e dense, che se mi concentro solo su quello il resto si perde, non c’è più. Nulla mi vieta di continuare così fino alla fine, ferma, portante, a fare il mio dovere e gioire intanto di due o tre passioni, mentre intorno i conti non tornano, e io comunque non ho la capacità di farli tornare. Ma poi è sempre lì, quel dubbio da ubriaca, che mi tormenta. -Forse sei tu che devi piantare-, mi urla il frizzante succo d’uva. -Forse non siete voi la generazione che può permettersi il lusso di realizzarsi. Voi forse siete quella strutturale, siete il giocatore che prepara la schiacciata e non la tira. Forse siete voi, quelli da sacrificare. Quelli che devono saltare l’ora di danza, perdere l’anno a giurisprudenza, smettere di fare audizioni e colloqui e buttarvi tutti là, in riva al mare, e tendere la mano a chi ci annega. Forse siete voi quelli di cui non deve rimanere nome, ne documento, ne desiderio. –

E c’ha ragione, non mente quel bicchiere che già solo per essere lì, davanti a me, mi ricorda che potrei morire, forse, di tempo libero e non di rischi. Perdonami mamma: volevi una principessa, e invece sono una piattaforma. Da me si lancerà chi verrà dopo di me. Un posto. Non molto dissimile dal posto che sono adesso, ma stabile, senza crepe, intatta e resistente. Vorrei solo, da sobria, esserne all’altezza.

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