Il Cammino degli Dei – guida emotiva

I.

Sasso Marconi- Monzuno (21 km, 6h)

Il monte Adone è una di quelle deviazioni che la guida definisce “panoramica”. Bhè, non è il primo aggettivo che mi viene in mente quando ci penso. Il primo potrebbe essere “spaccapolmoni”, o “mortale” se ci pensi in una giornata di pioggia. Il sentiero è ripido e scosceso, e per un primo tratto servono anche le mani libere, stile arrampicata o camminata da primate. Il terreno è sabbioso e ti riempie i polmoni, e mentre sbatti i piedi vicino le sassaie per spaventare le vipere, si alzano nubi che prima ti minacciano e poi ti si attaccano addosso.

Quando arrivi alla vetta il panorama è effettivamente mozzafiato, e due si siedono sul dirupo con i piedi a penzoloni bevendo a sorsi, da un termos, una tisana. Noi ci togliamo lo zaino, la spina dorsale si allunga di quattro centimetri e mettiamo le maglie al sole a seccare il sudore.

Si cerca sempre di prendere il minimo indispensabile con se, e si passano settimane, in partenza, dove ti metti a pesare anche i calzini, e ti prendi dietro quelli che a pari materiale e misura, riescono a risparmiarti qualche millesimo di grammo. L’avere tutto addosso è la sensazione più bella, come le tartarughe, è quello che ti permette di sentirti a casa solo sulle gambe e ovunque loro posino. In questo caso lì, sul monte Adone, a seicentocinquantaquattro metri dal livello del mare.

La ragazza che arriva dietro di noi piange, lo zaino glielo porta un compagno e ha la faccia paonazza. Un’altra vittima del “panoramico” della guida. In realtà la deviazione c’è, taglia da sotto e arrivi a Badolo, con la sua collina, la sua osteria e la sua fontana, ma voci dicono che non è possibile lavarcisi i piedi perché i proprietari, ad orario di cena, ti rispondono che “non sta bene”. Dal monte Adone invece si arriva a Brento, più grandicello, sempre con un’osteria e una fontana, e bene o male i piedi ce li puoi lavare. Noi arriviamo che sono le 18, ma proseguiamo perché Firenze è a 5 giorni di distanza e siamo solo al primo, mentre tutti ci rassicurano che Monzuno è a un solo paio d’ore da lì.

A quasi dodici ore dalla partenza ci troviamo ancora sotto Sasso Marconi, e salutiamo San Luca ogni volta che percorriamo un crinale, la sentinella architettonica con cui Bologna rimane vigile dietro di noi. Quando arriviamo a Monzuno è buio, fa freddo, io piango, Alberto è in ansia, e trasciniamo i piedi aggrappandoci al bastone. È venerdì sera e tutta la comunità è in pizzeria da Gino mentre ci accampiamo nel cortile della baita degli alpini grazie ai suggerimenti di una gentile pasticciera che ci lascia il numero. L’acqua corrente non è potabile, ma abbiamo ancora un mezzolitro con noi per la notte e ce lo teniamo stretto, come a dormirci insieme. Camminiamo scalzi e ci prepariamo la miglior polenta del mondo col fornellino. I cucchiai di plastica si piegano nel mescolarla, ma quelli d’acciaio pesavano di più.

II.

Monzuno- Madonna dei Fornelli (26 km, 8h)

Ci svegliamo intontiti per un tamarro che tutta notte si è esercitato a fare dei freni a mano nella strada sotto di noi, ma gli alpini ci regalano delle bottiglie d’acqua e ci incamminiamo sereni. La meta di oggi è Madonna dei Fornelli, che fa capolino con il suo campanile sotto la discesa di una strada bianca che si snoda tra un gruppo di pale eoliche, che quando ci passi sotto, tra i campi piatti, sembra che spingano più in alto il cielo, dandogli profondità, che prima era semplicemente sopra.

Sul percorso quando chiedi un bicchiere d’acqua finisce che ti portano fuori anche frutta o una fetta di torta, ci si asciuga al sole come i panni, e togliersi le scarpe nelle soste è tutto quello a cui si ambisce. Come quando vedi una fontana, e viene l’acquolina, e senti già il gelido dell’acqua di montagna che nutre le cellule.

Le tasche sono piene di susine, o con della fortuna, di qualche mela brutta fatta di gobbe. E i souvenir sono aghi di istrice o pigne.

III.

Madonna dei Fornelli – Monte Fo (18 km, 6h)

Con la terza tappa si entra in toscana, e se non te ne accorgi lo senti dalla cadenza dei mercanti, che ne vedi pochi, ma visto che ad un caffè non si riesce a rinunciare, il barista sarà per noi il metro di paragone. E puntiamo a Monte Fo, vicino al Piano della Futa dove sorge l’enorme cimitero tedesco delle vittime della guerra, ed è difficile non pensare che  in questo caso sono più le persone sottoterra che quelle vive e operanti nei paesi limitrofi.

Nel tragitto quasi interamente boscoso conosciamo Cesare Agostini, avvocato che ha portato alla luce, in trent’anni, quella che sembra essere la Via Flaminia militare. Cesare cammina con il metro per dimostrare che la lunghezza della strada è del minimo consentito dalla legge delle 11 tavole, ed è ceco da un occhio. Non capiamo se l’averlo trovato lì sia una coincidenza fortunata, o se lì passi le giornate in attesa di passanti.

Ci accampiamo vicino a un campeggio gestito da una famiglia con i figli dalle pettinature fotoniche. Non dormiamo perché al campeggio si balla fino a tarda notte, e ci suona un po’ strano, di profonda malinconia, che da dentro la tenda, mimetizzati, tentando di restringere il nostro spazio al minimo per non disturbare, con le bestie che ne annusano i bordi in cerca di cibo, che prontamente abbiamo posato su un albero poco più in là per evitare assalti, e che ci mostrano la coda e se ne vanno, non riconoscendoci come cosa interessante, vediamo affianco l’umanità smanacciare per farsi riconoscere tanto umana, col picchiare di bottiglie e bicchieri sul tavolo, la cantante attempata dai vibrati d’Albano, i balli di gruppo del ferragosto, le moto e i ragazzi dai capelli strani che monitorano il campeggio con quelle buffe macchinette da campo da golf, per percorrerlo da cima a fondo in fretta.

Chissà cosa ne pensa la volpe che segue la traccia della mortadella che abbiamo nello zaino, che di noi se ne frega, e di loro ha paura. Chissà come deve essere la sua vita, senza il pollice opponibile che afferra il manubrio e sgasa con la moto, da maschio alfa in competizione.

IV.

Monte Fo – San Piero a Sieve (21 km, 6h)

La quarta tappa ci porta a San Paolo a Sieve, passando per l’osteria bruciata, bruciata perché si narra vendesse pasticci di carne umana, e per Sant’Agata del Mugello, ormai piena toscana. La discesa è molto ripida, quasi ferrata e sconsigliata con la pioggia, ma il panorama sulla cresta è qualcosa di eccezionale, felliniano, e mentre passiamo in mezzo al grano incolto e alle balle di fieno già formate, riconosciamo tra le spighe una bambina con i codini biondi e un vestito a fiori, giocare con un cucciolo di cane, che sembra una cartolina, o una scena da film, con solo musica in sottofondo, o voce narrante di donna che ricorda se stessa, o la figlia, quando si era felici.

Sulla strada si incontra molta gente da sola. Il camminare è qualcosa di personale, dai ritmi e dalle espressioni individuali, e già in due è difficile trovarsi d’accordo. Tra i viandanti si instaura un rapporto di fiducia, scambi e favori e clima disteso, ci si saluta sulla via e si conducono dei tratti insieme, e credi di conoscerli anche se di loro non sai nulla.

Si cammina, e diventa un’azione meccanica, così meccanica che lascia la testa libera, e lei vaga e si percorrono chilometri di strade e pensieri, che son poi la stessa cosa, mentre la montagna ti strizza tra le sue rocce, che a volte son rocce, a volte fango, a volte polvere e a volte grano o castagno.

V.

San Piero a Sieve – Fiesole (25 km, 6h)

Il quinto giorno si arriva a Firenze, e la vedi da sopra, la cupola, e il mattone arancione delle città rinascimentali che creano soli di strade.

Alle 12 entriamo nel territorio dei frati che producono liquore alle erbe. Le campane cominciano a suonare già dall’ultimo tratto di sterrato. Pranziamo di fronte alla basilica dei sette santi di Firenze, sette facoltosi uomini che hanno abbandonato famiglie e ori per dedicarsi a riti a metà tra il cristiano e il pagano e a fare ottimo vino. Conosciamo Fedez, un musicista fricchettone che si chiamava Fedez prima di Fedez che come obiettivo ha quello di rispolverare la zirudela romagnola e suonarla con la fisarmonica. Ha due cani, una tanica d’acqua, due zaini e, appese al collo, ha le ciotole dei cani. È l’accollo di una coppia che sta festeggiando il compleanno dell’uomo, e sono in giro da più di una settimana.

Proseguendo non incrociamo altri pellegrini lungo il viaggio, l’ultima tappa è stremante, ma sbuchiamo a Fiesole, e lì ci accasciamo su una panchina.

VI.

Firenze – Bologna (81 km, 20 min)

La stanchezza fisica è qualcosa da proteggere, come i panda. La vedo come in via d’estinzione, da quando il lavoro è qualcosa di mentale, organizzativo, amministrativo, informatico. Invece nell’atto di forarmi una vescica sul mignolo con ago e filo che  scorrendoci in mezzo anestetizza, c’ho riconosciuto il più sofisticato problem solving: si guarisce e si va oltre, e il giorno è la luce, la notte il buio, e tu decidi quando muoverti senza sapere che ore siano. Tutto questo è terapeutico e si capisce che alla fine vorresti vivere così, ma non si può.

Una volta arrivati a Firenze si prende il Freccia Rossa per rientrare a Bologna, che la TAV l’hanno costruita proprio sotto il Cammino, dritto per dritto, bucando montagne e seccando fiumi. Firenze-Bologna sono venti minuti di tratta, neanche te ne accorgi, gongoli sul sedile mentre il ragazzo asiatico di fianco guarda dal telefono una puntata di The Stranger Things. È treno da pendolari, è chiaro, sono quasi tutti in giacca e cravatta e in venti minuti tornano a casa in una regione completamente diversa da quella in cui lavorano.

Come cambia, l’equilibrio, la mentalità di una società, in base alle possibilità che può sfruttare. Cinque giorni per arrivare, venti minuti per tornare.

Dal finestrino scorrono il Pratone, il Monte Galletto, le pale eoliche, il Monte Adone con la ragazza che ci piange a dirotto sopra, e smonti a Bologna Centrale che hai perso il modo di camminare e vengono fuori tutti gli acciacchi. Io una tendinite, Alberto l’ernia che si è risvegliata. Ci sdraiamo nell’aiuola in Piazza Medaglie D’oro che è già sera. 

Fine, siamo tornati. E mentre cominci ad avere paura di riabituarti, l’unica cosa a cui riesco a pensare è se abbiamo abbastanza acqua per il viaggio in macchina.

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