Cinema Capitol

I.

Spallamberto

Ciondolava addormentata, la testa del vecchio, vibrante dei sobbalzi del collo gommoso. Quel nido di velluto che era solito creare, si estendeva per distanza approssimativamente calcolata su modello di deretano della Grande Guerra, da bracciolo a bracciolo. Pagava una visione, rimaneva per entrambe, e non ne vedeva nessuna, come a parafrasare, in un’unica serata, il titolo di pirandelliana memoria. Posava il sedere sul giaccone aperto, e ripiegava le maniche sul ventre, come a subirne un abbraccio. E così rimaneva, accartocciato, nella posa più contratta che l’età avanzata poteva permettergli. A vederlo si pensava alla solitudine, agli anfratti bui dell’abitazione che alla sera preferiva abbandonare, perché da quando Agnese se n’era andata, era più difficile sentire caldo, a letto. Ma altro non erano che inferenze, che agli osservatori piace giocare alla profondità, se c’è da additare la solitudine su qualcuno.

L’altro stava dietro, dietro al vecchio e dietro la moquette della parete, come la muffa sotto la carta da parati, e nessuno se ne curava. Era come gli autisti di autobus, la servitù coloniale, l’addetto al casello dell’autostrada: lui era il proiezionista. Aveva ereditato quel ruolo che era ancora ragazzino, e l’evoluzione da cinno a mestiere fu diretta, senza passare per l’uomo. Così capitava, una volta. Quattro matrici di biglietti strappati, l’unto incrostato dei sedili, la geometrica tessitura del soffitto: una vita. Una vita spesa a far dormire, ogni sera, un vecchio disposto a pagare per farlo. 

Il Cinema Capitol non era prettamente il nucleo vitale del paese. La provincia di Modena non è facile da motivare, la sera, o da staccare dalla bottiglia di lambrusco, o da quattro chiacchiere unte di ragù. Questo, almeno era ciò che credeva lui, con la sua vecchia idea di giovinezza. Semplicemente adesso la gente andava verso il centro, Modena centro, Bologna centro. Nel mezzo, tra i campi e la piana e la nebbia, stagnava il ricco ma provinciale resto. E la noia.

II.

I ragazzi invecchiati di oggi non stanno bene in scrittura, abbassano un po’ il tono, anche se di provincia, con le cover dell’I-phone con le orecchie da coniglio, l’ambizione di precoce carriera, e le urla in stile corteggiamento tra pavoni, al pub, prima di raggiungere la discoteca. Per questo io narratore, che sono come loro, mi trovo in difficoltà a parlarne, ma la storia nasce proprio così, con Ilenia che entra al cinema.

Era una sera infrasettimanale, e i film non erano i più attesi, una qualche commedia, forse, o addirittura un cartone. Non era facile vedere un adolescente, o un ragazzo di vent’anni, da solo. Quel giorno invece Ilenia chiese un solo biglietto, e si sedette a lato, mentre dietro di lei di qualche fila il vecchio russava e sbavava. Non erano gli unici, c’era anche una coppia, che corrispondeva all’esatta fenomenologia della coppia occidentale: lei che lo tiene per le palle, e lui che tira avanti per il sesso.  Quattro biglietti, anche oggi.

Ilenia aveva un’unica espressione e due colori di capelli, chiari per lo più, ma scuri sulla riga centrale, che dava un tono trascurato, o di moda, oppure altro. Non sembrava essere lì per un motivo, ma non sembrava nemmeno essere l’azione senza senso, seppur piacevole, del nichilista della prima ora. Lui la guardava attraverso la parete, mentre la macchina da presa ormai digitale riproduceva il film senza equivoci. Era nostalgico, dei problemi legati alla proiezione: quando la pizza era montata al contrario, quando l’audio non corrispondeva, quando il film era vecchio e si macchiava di rosa o quando prendeva fuoco rischiando di ammazzare tutti. Erano piacevoli gli aneddoti che ne derivavano, come quella volta che “The Tree of Life” di Malik era montato al contrario, con eccezione, fatalità, dei titoli di coda, mentre il primo tempo veniva per secondo, e viceversa. Vero che il film sarebbe stato complicato anche alla dritta, ma sembrava che nessuno se ne fosse accorto, anzi, che la cosa avesse stimolato voli pindarici e i più avessero trovato in questa sbadataggine alcuni interessanti significati con firma d’autore, per poi pavoneggiarsi di averli compresi, da veri radical chic.

Una volta era sempre pieno, il Capitol, ora bisognava accontentarsi, giusto per camparci lui, ancora qualche anno, e la Luisa alla cassa. Ilenia si rigirava i capelli in un tic di inquietudine, e lui continuava a pensare a cosa stonasse tra lei, la sua età e quel luogo. Forse il fatto che nel ’75, quando lui aveva appena una ventina d’anni, sorprese su quello stesso sedile d’Ilenia un uomo masturbarsi alla vista del Salò di Pasolini, che ancora non si spiegava con che forza e mente malata abbia potuto farlo, talmente tremendo, ansioso e calcolatamente disgustoso fosse quel film. Sperava giusto nessuno lo vedesse, e così fu, spazzò il terreno dai fazzoletti luridi, e non disse nulla al proprietario. Ilenia intanto non cambiava mai espressione, neanche quando si doveva ridere, e ancora non sapeva di assomigliare a sua madre, in quel modo di non essere a suo agio, nel trascinarsi fuori casa per dimenticarsi di essere sola, e per avere qualcosa da raccontare al marito, per tenergli testa, dignitosamente, quando rientrava sopravvissuto a chissà quale avventura della notte. Ilenia deglutiva e si massaggiava la fronte, come se avesse mal di testa. Lui si guardò le scarpe per un secondo e provò a risollevare il calzino slabbrato giocando d’attrito tra il piede dell’una e la caviglia dell’altra. Si avvicinò al foro della parete, con la fessa aperta di chi non lavora a contatto col pubblico, e appoggia al muro una mano ingiallita; le ginocchia facevano male, e anche i piccoli spostamenti non erano più come una volta.

Perché voleva vedere meglio?

Il vecchio in platea continuava a russare e sbavare, mentre nella sua assenza così molestamente presente si consumava il carnevale di chi goffamente avrebbe voluto cambiare del tutto pelle.

III.

Non rimaneva un granché da fare a fine serata, giusto una spazzata ai pochi pop corn scivolati sotto il sedile. Ilenia se n’era andata, scivolata anche lei, fuori dalla porta.

«A vag a ca’. A svdam dman» la Luisa salutava, mentre l’uomo finiva di spazzare svogliatamente. «Salut Luisa», senza mai fermare le mani, quando da sotto il sedile di Ilenia, o del feticista degli anni ’70, vide sbucare l’angolo di qualcosa che tanto somigliava a un libro. Lo sfilò da sotto il sedile, e preso a due mani ne comprese la vera natura: non aveva copertina ma un elastico che lo circondava e una linguetta di stoffa teneva il segno di oggi. No, non era un diario caro lettore, chi tiene un diario oggi? Era un’agenda, e a quanto si poteva dedurre, Ilenia domani aveva un esame all’università. La richiuse, meditò su cosa avrebbe potuto farne, se buttarla nel rusco senza rimorsi, o trovare il modo di rifarla avere alla proprietaria. Non era un oggetto di valore, quindi la gettò sul tavolo della cassa, di fianco al microonde per l’auto-cottura dei pop corn e spense la luce. Un altro giorno era semplicemente finito.

IV.

Il giorno seguente l’uomo aveva una buona sensazione, il suo buon umore non si chiamava più felicità, da quando anche quella soffriva di mal di schiena. La sua era una positività atrofizzata, come sotto tranquillanti, ma di sbracciare per la contentezza non ne aveva poi così tanto bisogno. E con la sua buona sensazione si infilò la giacca e prese l’uscio: non lasciava Spallamberto da parecchi anni, da quando per lui il caffè era solo quello di Gianni, la spesa solo quella dai Bruzzi, le sigarette solo quelle da Amedeo e il cinema la sua intera vita. Passò al Capitol e prese l’agenda: gliela riporterà di persona ad Ilenia, e se quel giorno era il giorno dell’esame, gli esami si sa, si danno a Bologna, la Dotta (e la Rossa).

La città.

Per raggiungere il capoluogo era comodo il treno, esattamente la tratta che parte da Castelfranco, patria del tortellino, ma dall’uomo ricordato per il cimitero che si ergeva molto vicino ad un supermercato, tanto che il parcheggio dell’uno era il parcheggio dell’altro, “che non si sa mai che dopo un saluto non venga in mente che manca l’ammorbidente” – pensava. La stazione era anch’essa lì vicino, pulita e piccola e il binario per Bologna era il tre. Al vecchio fermo geometricamente dietro la linea gialla, tremò la faccia al passaggio di un treno in transito, e con le mani, che reggevano l’una il biglietto, e l’altra l’agenda, si tenne stretto il cappello pressandolo sulla testa, mentre le guance vibravano come per un nitrito. Salì nel vagone, col biglietto ben in vista, come a dire “sono in regola”, mentre non c’era passeggero che sembrasse interessarsene. Leggevano, stavano al telefono, parlavano o dormivano. Era così sempre, ma il vecchio lo scopriva ora, mentre prendeva posto. «La civiltà si è parecchio colorata da quando ero ragazzo» pensò, e così, su due piedi, non sapeva come prenderla. Guardava dal finestrino e ben sapeva che sui treni erano stati ambientati numerosi film, romantici e d’azione per lo più, e chissà che non fosse quello il giorno in cui la traiettoria del suo viaggio si sarebbe incrociata con quella di un Bruce Willis molto arrabbiato. Creò un quadrato con le dita, e di lì attraverso ci guardava la provincia che scorreva: era la stessa cosa che succedeva alla pellicola e ai fotogrammi, era la velocità con cui scorreva che creava il movimento e l’intero film. E pensare che di veloce, al proiezionista, non gli era rimasto neanche l’istinto.

V.

Bologna

La stazione di Bologna era tutt’altra storia. L’uomo sbagliò direzione una, due, forse tre volte, e ancora con il biglietto in mano trovò l’uscita, come a portarlo in salvo alla meta sgusciando dalla mischia degli avversari che continuava alle sue spalle a prendersi a spintoni con valige e giornali. La strada per raggiungere via Zamboni, zona universitaria, era grosso modo tutta diritta, Via Indipendenza, e come il resto di Bologna, era abbracciata dai portici. Il vecchio da qualche parte aveva letto che Bologna coi suoi portici è speciale perché lì sotto tutti si guardano negli occhi, ed era inevitabile, anche per lui che aveva l’agenda da proteggere, con entrambe le braccia. Girò a sinistra su Via Delle Moline, che sfociava in Belle Arti; la strada si stringeva poi tra le mura arancioni dei palazzi storici, per poi affiancare il teatro Comunale, e sbucare in Piazza Verdi, anch’esso teatro, di caffè pomeridiani, scontri e volantinaggio aggressivo. Il portico del Comunale sembrava essere zona franca dei punkabbestia, ma il vecchio non seppe dargli questo nome, che forse non sarebbe neanche giusto farlo. Per terra, sui gradini, dentro i bar, sui cubi di cemento, stavano gli studenti, a rosicchiare qualche minuto di sole come lucertole, prima di rientrare a lezione, o dopo un esame. Poi i laureati, carnevaleschi, ubriachi e bullizzati che venivano sfidati in prove di alto ardimento e qualcuno finiva anche al pronto soccorso. I marxisti-leninisti allungavano il volantino quando si passava, ed ogni volta che si passava, vicino al numero civico 38, e un po’ ci si arrivava a chiedere, senza malizia, quanti anni avesse ormai la frontman. Non il vecchio, che la vedeva per la prima volta, e per lui era solo giovane, come tutti gli altri. Arrivava poi Duglas, a quel punto, che veniva dalla Nigeria, che vendeva fazzoletti con «due anni di garanzia», che venivano subito persi e subito riacquistati, ogni volta. C’era quello all’angolo, poi, ben nascosto, che con nonchalance «Bici?» chiedeva, cercando di vendere quella che aveva sottomano, che poche ore prima stava sottomano al vero proprietario. Con dieci euro te la prendevi, ma, si sa, andava riverniciata prima che te la vedessero in giro, e prima che la fottessero anche a te. «Per dieci euro potrei prenderla» pensava il vecchio, «ci vedo meglio la città, poi la lascio da qualche parte. Per dieci euro» e un po’ si sentiva sagace, nel pensarlo, ma notò, poco più in là un signore della sua età che vendeva poesie. «Che bella idea!», pensava, si frugò in tasca in cerca di spicci, ne raccolse ai lati un paio e glieli porse. In cambio un bel rotolo di carta dal titolo “Orchidea”, recitava: “or chi dea?, da intendersi: ora chi fa dio?”, «bhè insomma, deludente», pensava il vecchio «ma idea bella, originale, sì». E con il rotolo nella stessa mano dell’agenda proseguiva la sua gita. Il civico 36 era sbarrato. Aveva sentito dal telegiornale degli scontri tra studenti e polizia, e studenti e biblioteca, e polizia e biblioteca, e studenti contro studenti. Lui non era mai stato studente, ma gli scontri degli anni ’70 al cinema li aveva visti. E sapeva riconoscerlo, quando lo vedeva, il soggetto di un film bello, e il 36, ahimè, non lo era. «Erba, fumo?» diceva quell’altro, che gli si avvicinò con fare losco. «Come dev’essere facile, essere giovani qui, a Bologna», pensava il vecchio.

VI.

Seduto su quella panchina, sotto il sole primaverile, ad Ilenia non ci pensava neanche più. L’agenda era sempre lì, ma ormai gli sembrava che il suo lavoro l’avesse compiuto: era in gita ed era positivo. Stava per rientrare, allungando il passo verso la stazione, quando entrò in un bar per farsi un caffè. Il notiziario alla tv parlava di un evento grave, ma nessuno sembrava prestare attenzione. Parlava di un suicidio di una ragazza, in provincia di Modena, dettaglio che poi riscosse successo, e il lettore abituato a leggere avrà già capito che stiamo parlando proprio di Ilenia. Il vecchio invece ci mise un po’ a capire, era già distante da quella ragazza, e la riconobbe solo dopo parecchi minuti, nella foto rituale che da lì ai mesi successivi avrebbe invaso giornali, telegiornali e programmi della Durso. La motivazione era di moda: cyberbullismo: diffusione in rete di video e foto intime, mentre la vittima, spesso giovane, spesso donna, non riusciva a sopportare l’umiliazione e la violazione fino a pensare di farla finita. Era una cosa nuova, quella, per il vecchio, una di quelle paure che se avesse un figlio, non saprebbe gestire. «Il mondo di oggi è molto più grande del mondo» pensava. La piazza, che fosse Verdi, Maggiore o Grande, non contava più di tanto nell’aggregazione, la piazza vera era la rete, dove si parla, si giudica, si sceglie, si aggredisce, si fa del male, si subisce del male, ci si dichiara, ci si picchia e si fa carriera. Il vecchio dunque si sedette e guardò Piazza Verdi. Una rievocazione storica, ecco cosa stava guardando: un nostalgico parco giochi a tema dove si gioca ad avere un ruolo, una commemorazione alla stregua di quelle medioevali. Se guardavi bene potevi vedere il sessantottino che sfonda le porte, vedevi il fascista che prende le botte, vedevi la polizia che si scaglia senza cervello, vedevi il laureato che sogna il successo, il fuori sede che non c’ha i soldi e chi urla per i diritti.

Balle. Tutte balle.

È nostalgia. E la nostalgia si sa, è sentimento da ricchi, non da chi combatte, ogni giorno. Le uniche cose vere in quella piazza erano quei due, anonimi sotto i portici. Il vecchio gli si avvicinò, e da uno comprò una birra che prese dallo zaino refrigerato, e dall’altro comprò dell’erba. «Per te», disse, pensando a Ilenia, la cui vita era stata proiettata, proprio come accadeva al suo cinema, ma è per questo che serve il cinema, perché l’autentico non si può proiettare, tanto che le conseguenze possono essere devastanti. Non si è pronti a mostrare e non si è pronti a vedere, tanto che la realtà è un’arma e la si usa per ferire.

Si sedette per terra, si fece aiutare da una gentile studentessa a far su, e si fumò una canna, che doveva sembrare grottesco a chi lo vedeva, ma, come è stato detto, lui era il proiezionista, e ad essere visto, non era abituato.

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