Estremi rimedi

Come quella ragazza che si era seppellita l’anima. Si era alzata una mattina, l’aveva messa dentro una bella scatola da scarpe, e l’aveva ricoperta di un metro di terra. Da quel giorno era tutto un camminare sulle mani, volteggiare, far capriole e riempirsi di calli. Le rimaneva tutto addosso, come la macchia del caffè che si era ribaltata sul braccio: le rimase una voglia, con la forma delle Marche. E anche intorno alle unghie, da quando aveva scavato la fossa, le era rimasto il colore della terra.

Sporcarsi era il modo con cui imparava dalle esperienze, senza rimuginarci, e lì rimanevano, come piccole foto di famiglia senza bordo, sia che fossero ricordi felici, sia che fossero ricordi tristi.

La madre si preoccupava, si chiedeva come questa ragazza avrebbe potuto imparare cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato, così, senz’anima. E lei spesso rispondeva con una ruota, o si arrampicava su un albero. Quello che aveva imparato era che più provi più le cose riescono meglio, che se cadi poi bisogna migliorare, che se cadi e ti fai tanto male difficilmente si avrà il coraggio di riprovare, e che bisogna sempre considerare due cose: lo spazio, che deve essere largo e arioso, e gli altri, che se gli cadi addosso diventano tristi, e devono potersi muovere al tuo stesso modo, sempre.

Non credeva ci fosse altro da imparare.

Il fratellino, che a vedere tutti quei volteggi si divertiva, e gli piaceva ancor di più giocare a riconoscere le figure sulla pelle di lei, come con le nuvole, – e ci trovava la faccia di topolino, sorrisi sdentati, fiori stilizzati e un dragone, diceva, ma a tutti sembrava solo un cerchio-  volle provare anche lui a sfilarsi l’anima. Allora provò a spremersela con i brufoli dell’adolescenza, a scastrarsela col filo interdentale, o a espellerla come meglio poteva, ma niente. Non capiva proprio come ci fosse riuscita.

La madre era sempre più preoccupata: «Se ti becco rimpiangerai di essere nato», diceva al fratello, cercando di demotivarlo. Ma lui non si scoraggiava, e allo stesso tempo non aveva ancora trovato una soluzione. Così una notte scese in campagna, risoluto a capire finalmente come era fatta quest’anima, se sfilacciosa come il miele, se solida come un masso, se sottile o minuscola, per poi capire da dove potersela togliere. Il ragazzo si mise a scavare con le mani e arrivò a spolverare il coperchio con un soffio potente. Con la scatola aperta, quello che trovò lo sorprese: era un gomitolo, come quelli di lana, ma a guardarlo bene si capiva che era senso di colpa. «Questa è? Senso di colpa attorcigliato, come le palle di pelo che sputano i gatti?» Sembra di si, che quello che si crede di possedere di più bello, sia in realtà un peso sullo stomaco, un indottrinamento indigesto.

E allora la starnutisce via anche lui.

Rimase per poco in attesa, come a vedere cosa cambiava, se gli spuntavano le ali o se cambiava di colore, o se moriva o se esplodeva. «Non cambia nulla», disse poi, «mi sento leggero e ho voglia di ballare», e così rientrò a casa, con la leggerezza di chi è sensibile, e con l’anima, quella vera, come strato della pelle.

La madre da quel giorno fu tutto un segno della croce, pensava al futuro, a cosa sarebbe rimasto dei due figli, una volta morti, adesso. «E cosa farei da anima, ma’? Non ce le ha mica le mani, l’anima» rispondeva la figlia, mentre imparava a fare l’uncinetto o a impastare farina e uova. Poi pian piano anche la madre si tranquillizzò, visto che vedeva che non facevano male a nessuno anche così, con quella menomazione.

E lei scappò con un circo e lui diventò falegname. Con le mani e le gambe sentivano le cose, non conoscevano potere, non conoscevano ambizione, e per loro l’amore era solo un odore.

E mai fecero male ad alcuno.

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