Galileo lo Scarabeo

C’era una volta, in un bel giardino all’inglese non tanto lontano da Spilamberto, una non nota comunità di piccoli ed onesti insetti lavoratori, che si dava da fare oltre l’aspetto perfetto delle aiuole e dei vasi di begonie. Come in tutte le comunità ogni bestiolina aveva un ruolo ben preciso e tiravano avanti alla grande grazie al contributo di tutti. Ludovica la Formica era magazziniere capo e raccoglieva le provviste per tutti, Pasquale l’Ape Reale era architetto e ad ognuno aveva costruito una cuccetta di miele, il Grillo Polento era la sveglia mattutina e all’evenienza un rumorosissimo allarme, Tosca la Mosca portava messaggi lontani e spiava gli umani. L’unico a starsene defilato, era Galileo lo Scarabeo, che di cognome faceva Stercorario. Stava sempre intento a spingere una palla che non saprei descrivere nè in maniera poetica nè in maniera tecnica, perché, paro paro, si trattava di una grossa palla di cacca. La faceva rotolare senza sosta e agli altri non pensava granché. Anzi, questo non è del tutto vero: si era, in passato, offerto per tenere al caldo cibi e cuccioli nella sua bella palla di cacca, ma a nessuno era piaciuta l’idea, dunque se ne stava solo e parlava poco. Gli altri non fremevano per essergli amici, e cominciava a diffondersi l’idea che fosse strambo, e che prima o poi, completamente fuori di testa, sarebbe rimasto schiacciato da qualche enorme piede umano, o imbalsamato in qualche teca da collezionismo. Non valeva la pena dunque, affezionarsi.

Come in ogni comunità la vita di gruppo era parecchio attiva: sagre, feste, concerti di qualche cicala gitana che passando dal giardino cercava un posto dove passare la notte. E poi ovviamente i compleanni. Li festeggiavano tutti, per rendere grazie al contributo di ognuno nella comunità. Quando però si avvicinava il giorno del compleanno di Galileo, il 22 gennaio, per tutti era un gran imbarazzo: non volevano rischiare di essere invitati a casa sua, avevano paura di cosa avrebbe potuto offrire per cena, e non sapevano cosa regalargli: cosa può piacere a uno a cui piace così tanto la cacca? Però in qualche modo dovevano festeggiarlo, era scritto, era un dovere, e Ludovica la Formica lo sapeva: «lui viene sempre alle feste di tutti! Dobbiamo contraccambiare! Tutti abbiamo ricevuto una statuetta di sterco per il nostro compleanno, non possiamo ignorarlo! I regali vanno ricambiati, è così che si fa, per l’armonia del gruppo!» così parlava alle assemblee del giardino, sempre ligia al dovere come era sua natura di formica. E finiva che anche gli altri si convincevano. Pasquale, sogghignando, decise di regalargli una goccia di rugiada dentro una foglia a mo di ciotola, «così si lava le zampe prima di avvicinarsi», e si sentiva molto furbo, con questa idea di far diventare un regalo per uno solo una cosa utile per tutti! Tosca volò fino al giardino vicino per trovare un petalo di rosa dentro cui avvolgere la palla, per renderla più gradevole, a tutti, ma anche a lui, e mentre ci meditava ci credeva davvero di essere meno egoista di Pasquale. Poi Polento, che stava sempre a gracchiare, gli compose un allegro motivetto che più o meno cantava cosi: «tanti auguri a te, tanti auguri a te, tanti auguri Stercorario, tanti auguri a te», chiamandolo per cognome, perché era così che era conosciuto da tutti, o con il soprannome “Lo strambo”.

Ludovica non era contenta di queste idee, e si rese conto che nessuno aveva fatto un vero regalo a Galileo, e che per tutti era conosciuto solo come quello strambo della palla di cacca. Non gli sembrava giusto: un regalo fatto bene è quello che fai pensando a chi lo riceve, che deve rimanere sorpreso e felice. Ma cosa piaceva a Galileo? Nessuno ci aveva mai parlato tanto, tutti erano troppo presi e soddisfatti dal ridergli dietro. Allora Ludovica prese coraggio e un giorno, al tramonto, andò a bussare alla sua porta. Lo trovò seduto, con tanto di occhiali e copertina, con le zampe posteriori appoggiate sulla sua bella palla a mo di sgabello. Leggeva delle ricette da fare per cena.

«Cara Ludovica, entra prego, che bello vederti qui».

«Ciao Galileo, vengo per fare due chiacchiere con te, per conoscerci meglio».

«Bene, chiedimi pure tutto quello che vuoi».

«Volevo sapere cosa fai durante le giornate, cosa ti piace fare».

«Bhe, niente di che, come vedi leggo, faccio le pulizie, rassetto, cucino e studio».

«E quella?» chiese Lodovica puntando il dito contro la palla.

«Beh, questa è il mio lavoro, è un istinto che parte dai miei avi, e almeno sei volte al giorno la modello, la rotolo per terra, la tengo funzionante e pulita per raccogliere le provviste». Ludovica era soddisfatta: è così facile capire le cose quando si ha il coraggio di chiedere. Poi si guarda attorno e qualcosa coglie la sua attenzione: le pareti della cella di miele, finemente costruita da Pasquale, erano pieni di disegni, e ognuno era fatto da piccoli pallini messi in ordine non casuale, e sotto ognuno si poteva leggere il titolo: Cassiopea, Cintura d’Orione, il Grande Carro. Chissà quali racconti si celavano dietro quei nomi.

«Guardi le costellazioni?» chiede Galileo.

«Le costella-cosa?» risponde Ludovica.

«Le costellazioni! Sono gruppi di stelle che nel cielo formano figure».

Cielo? Stelle? Cosa stava dicendo Galileo? Va a finire che avevano ragione gli altri che questo era solo matto da legare!

«Come Ludovica, non mi dire che non hai mai guardato in su!» Si certo che ci guardava. Guardava la fine degli steli dei fiori, guardava gli alberi su cui arrampicarsi, quando sentiva un ronzio guardava se riusciva a vedere Tosca, ovvio che guardava in su, il suo collo era un’articolazione mobile come quello di tutti (tranne che delle cimici che se poi si ribaltano non si rimettono più alla dritta, e la cosa faceva sempre ridere.).

«Ma no, intendo su su, oltre gli alberi, le foglie, le case e le persone. Là sopra c’è il cielo, e nel cielo ci sono le stelle, che brillano e raccontano storie».

«E come lo sai?»

«Beh, anche questa è tradizione della mia famiglia: da sempre ci orientiamo, per camminare, e spingere la nostra palla di cacca, con la posizione della via lattea, che è il bordo della nostra galassia».

«Galassia?» Ludovica era sempre più confusa. Galileo cominciò a ridere: «Si, hai ragione, sto andando troppo veloce. Se non hai mai visto le stelle dobbiamo ripartire dall’inizio». E cosi dicendo si mise a frugare tra i suoi strumenti, nella grande palla di sterco. Tirò fuori un gognometro, e lo rimise dentro scuotendo la testa, poi un compasso, una mappa, ma ad un tratto finalmente eccolo, trovato, un tubo di bamboo con due gocce di rugiada alle due estremità.

«Tieni Ludovica, è un cannocchiale, serve per vedere meglio le stelle».

Ludovica lo prese in mano e non sapeva bene che farne.

«Coraggio, appoggialo sull’occhio e guarda verso l’alto». Ludovica eseguì i comandi e non riuscì a credere ai propri occhi: vide come un’immensa coperta di velluto blu bucata da fori luminosi. Era affascinata, incantata, magnetizzata. E mentre stava immobile per lo stupore Galileo iniziò a raccontarle delle stelle, delle costellazioni, delle galassie, dei pianeti. Ludovica non poteva crederci.

«Tienilo», disse Galileo.

«Cosa?»

«Il cannocchiale, tienilo, è un regalo per te!». Ludovica, per la seconda volta in un giorno solo, non poteva crederci. Che cosa buffa: era lei che stava indagando su quale regalo fare a Galileo, e finisce che lui ne sta facendo uno a lei, senza motivo, solo perché la vedeva felice, e che regalo! Uno di quelli magici, che ti cambiano!

Presa da questa grande emozione Ludovica cominciò a suonare i campanelli di tutto il giardino per organizzare una bellissima festa a sorpresa per il compleanno di Galileo, promettendo a tutti, scettici e un po’ annoiati, che si tratterà di una festa magnifica e piena di sorprese. Tutti accettarono e la sera dopo si ritrovarono fuori dalla casa dello scarabeo. Galileo corse ad aprire sulle note di una canzone che insieme avevano composto per lui. Era commosso e su richiesta di Ludovica si mise a raccontare a tutti di stelle, pianeti, galassie e buchi neri, così come gli erano stati raccontati dai suoi genitori.

«Guardate, quella è la stella polare e segna il nord ai marinai».

«Marinai?» Un coro sorpreso si erse dal gruppo. «Sì certo, i marinai, navigano il mare, ma questa è tutta un’altra storia».

I doni più belli sono quelli che non ti aspetti, possono arrivare da chiunque, e puoi portarteli dietro sempre, senza che si rompano mai.

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