L’Anita

Il vestito nuovo della madre era la malinconia che conosceva, con la linea lunga, i colori scuri e la semplicità tipica dell’eleganza. Le calzava addosso, alla madre, morbido come morbido era il corpo e le braccia forti di donna d’azione e il valore d’offerta dei saldi di fine stagione. Gli occhi di bambina che spiavano dalla porta sapevano meravigliarsi di ciò che era bello, e la mamma lo era, fasciata di nuovo nel controllarsi il profilo. Si rifletteva sicura, ma non aveva, oggi e mai, occasione di indossarlo, ed era la sicurezza di donna sprecata che si macchiava di malinconia, nel sentirsi una sorpresa, e non poter essere vista. L’istinto di salvarla dall’insoddisfazione teneva la bimba sveglia, che non sapeva dire cosa provava, ma probabile l’avesse riconosciuta d’intuito, la fragilità di donna che una madre deve stare attenta a non mostrare; poi da sveglia non faceva nulla, aveva drammi più grandi da consolare, come il gelato che si squagliava prima di poterlo leccare, il crostino di pane che se cadeva non le era più permesso di addentarlo, il buco sulle ginocchia monito che sulla ghiaia, coi pattini, mica ci si può andare. Ma il germoglio c’era, di quell’idea di rendere la madre immortale, e bella e luminosa, che nessuno potesse mai farle male, che il vivere nascosta, nell’impegno della casa, non sarebbe dovuto essere il suo habitat naturale.

Così, qualche mese dopo, era Natale, il vestito stava fermo nell’armadio mentre la bimba giocava con la confezione del pandoro e, come capita sempre ai bambini, finisce col mettersela in testa, con due buchi per gli occhi e uno per il naso. In quella mise si sente alzare di qualche centimetro, c’era qualcosa di profondamente suo, in quell’atteggiamento. La bimba si guarda allo specchio e capisce: era un cavaliere. Lei coi codini e i boccoli, le lentiggini e le calzette bianche col risvolto in pizzo, era il cavaliere più coraggioso. Riveste l’elmo con la carta d’alluminio, e compone uno spadino con tanti stecchini da ghiacciolo. Cominciava così a scortare la madre al supermercato, non tanto per le minacce, ma perché credeva che così la mamma si sarebbe sentita speciale. In questo modo le apriva la strada, con lo spadino ben disteso davanti a se, pronta a infilzare pomodori presuntuosi o cavoli arroganti. «Zac» urla, con una certa teatralità, mentre crepa in due una patata che sembra le abbia procurato offesa: «Ser Cedric Pataton la prossima volta non mi si rivolgerà in quel modo», e così infila la spada nella tasca, come fosse una faretra. «Mio Dio Anita, che cosa hai combinato?» la mamma grida, e comincia a guardarsi intorno come ad accertarsi che nessuno abbia visto. «Adesso basta», e le strappa l’elmo e le requisisce la spada «sei troppo selvaggia, devi comportarti più da signorina». E con l’armatura accartocciata e stretta tra le dita smaltate, le volta le spalle e si allontana dalla scena del delitto. La bimba, tra tutti quegli ortaggi, quei colori e quei profumi, come sulla sedia del processo con attorno l’assemblea dell’orto, appoggia il dito al naso e riflette: «Signorina…» sospira, e istintivamente stringe le chiappette, abbassa le spalle, alza il mento, pronta a provare, nella camminata che la riporterà alla mamma, quello che forse, con qualche strano giro di pensiero, potrebbe essere l’agognato “comportamento da signorina”.

Dunque così conobbe l’educazione, che subito la imbriglia ma poi la convince, ne diventa egregio esempio tanto da cominciare a vedere sugli altri le scomposizioni che, una volta, era  lei la prima ad avere. Restava comunque molto energica, violenta nei modi di fare, smangheda, dicevano, e, sotto parsimonioso consiglio del pediatra, la madre la iscrive in piscina, per farla sfogare. Con sommo sbigottimento di tutti risultò portata per l’attività del nuoto, che dalle premesse si pensava invece fosse contraria alla disciplina, e nel giro di pochi anni si ritrova alle prime competizioni, uscendone sempre premiata. La cosa la rendeva felice, era un impegno, era la sua libertà, era quello che come per magia sapeva trasformare in vita piena, il sacrificio. Che già, come pensiero, era complesso da elaborare, tanto che lei se ci pensava, non usava la parola “sacrificio”. L’istruttore ci vedeva un futuro, e le intensificava gli allenamenti che lei accettava di buon grado, fino a quando la Manu, la tettona delle medie, un giorno davanti a tutti le fa notare un dettaglio di cui l’Anita non si era mia accorta: «Ma che spalle c’hai Ani? Sei più grossa di un uomo.» E tutti giù a ridere e a dirsi «È vero- che roba- che brutta- se mi tiri un cazzotto m’ammazzi». Il problema è che se lo diceva la Manu, valeva per tre, per quante tette aveva. Allora forse per quello, o perché l’adolescenza è una fase medioevale, l’Anita a poco a poco abbandona lo sport, per le ore di studio, e, più in là, per gli aperitivi, che le diventano una nuova libertà da tenersi stretta. Ma svaghi a parte, quello che ora importava, era pensare alla propria carriera, era importante, per una donna, essere emancipata, di questi tempi, e sognava il giorno in cui avrebbe stretto tra le mani la sudata laurea in giurisprudenza, e finalmente si sarebbe potuta presentare come un individuo rispettabile e integro, di quelli che ti fanno un po’ abbassare lo sguardo, quando ci parli.

Le mancavano ancora cinque esami quando cominciarono i matrimoni e per essere invitato alle cene del fine settimana dovevi essere per forza in coppia, perché tutti, in fondo, erano in coppia. In quelle cene si parlava di vacanze, di ristrutturazioni, degli uomini che non sanno fare due cose alla volta e le donne si; delle donne che non sanno dire di no ad un paio di scarpe; degli uomini a cui piace la montagna e alle donne a cui piace prendere il sole al mare; degli uomini e i motori; delle donne e le unghie finte; delle vacanze solo uomini per staccare dalle donne; dalle vacanze solo donne per staccare dagli uomini; delle donne che son complicate e degli uomini che sono semplici. Le une si definivano femministe, gli altri guai a definirsi maschilisti. Tornavano a casa che era quasi meglio non uscire, e il tutto sembrava un rituale, una litania, una preghiera collettiva, giusto per confermarsi a vicenda di avere una collocazione, fuori dalle case, e fuori dagli organismi, e spesso, gli toccava considerare, che il posto nel mondo coincideva col posto a tavola.

Cinque esami dopo l’Anita si laureava, lavoro non c’era, ma qualcosa poteva inventarsela. Enrico lavorava in azienda e sembrava potesse aiutarla, almeno finché non avesse capito e deciso cosa fare, chi avrebbe voluto essere. Poi come un segnale, il linguaggio divino che si comprende solo se si ha l’anima esposta come un balcone, un negozio di sigarette elettroniche appena aperto, cercava personale, proprio nel suo quartiere. Così, le giornate se le passava a suon di «Questa la trovi al gusto cappuccino, menta, cioccolato, e questa che sta andando tantissimo al mirtillo. La tieni in carica la prima volta tutta notte, e da domani puoi già usarla». «Senti ma, controindicazioni, per la salute?» «Un attimo, per questo ti chiamo il proprietario». Rewind e play di nuovo. E quando rientrava a casa cucinava per il compagno, stanco da conti e scartoffie, che sembrava faticare anche solo per staccare la testa. L’unica cosa che non la faceva sentire negli anni ’60 era la Rayanair, e forse quelle quattro o cinque ore in più che passava fuori casa al giorno.

Anni dopo, nel guardarsi allo specchio con l’abito nuziale regalatole dalla suocera, si ricorda della malinconia, che era ancora, per lei, l’abito nuovo di sua madre. Chiuso nell’armadio o forse buttato. E in quel frangente, come le somigliava, alla madre, mentre si guardava allo specchio, sperando che l’immagine le restituisse entusiasmo. Ma il punto era che quella cosa lì, che vedeva nello specchio, la bellezza che volevano, delicata senza talento, poteva solo continuare a fingere, di esserne entusiasta. Ed era così che se ne ricordava, di quel sentimento su misura che la vestiva, e le diventava il metodo, la vista che filtra le cose, tipica di chi, per tutta la vita, non ha saputo ne a chi, ne da dove cominciare, a ribellarsi.

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