L’età dell’irriverenza I

L’amore ai tempi dei laureati

«Signorina… SIGNORINA… quanto devo aspettare ancora?»

«Oh mi scusi signora, ecco qui,  sono 3 euro di resto».

«Era ora, li sente i clacson?» e romba via, a cavallo della propria auto al sollevarsi della sbarra.

Linda ancora non si spiegava quale sorta di rara malattia l’avesse portata ad accettare il lavoro al casello dell’autostrada, forse quella semplice malattia del nostro tempo, che ti fa sentire fortunato anche a ricevere la proposta di riordinare gli scaffali della LIDL: «Ma davvero io? Io sono stato scelto per questo lavoro?» «Mi creda, questo lavoro è fatto apposta per lei. Dopo un’attenta analisi di curriculum, abbiamo visto in lei il profilo perfetto. Non ringrazi: è un onore per noi». Deve essere andata così anche per Linda. Che poi per una con la testa come la sua non poteva esserci luogo peggiore per concentrarsi. Un luogo isolato, annebbiato, anonimo e impersonale. Anche Stakanov si distrarrebbe, figurarsi lei, e le mongolfiere mal annodate ai suoi pensieri. Senza contare l’ironia cinica presente in quello spazio fisico. Un minuscolo container di cemento, una finestrella, una prospettiva di profilo sul mondo, che del mondo non ha nulla se non lo smog. Uno psicanalista che nella vita ce l’ha fatta direbbe che probabilmente Linda non a caso ha scelto questo lavoro, un lavoro che la tiene costretta, bloccata nello stesso luogo e posizione, mentre intorno la gente sfreccia nelle proprie direzioni. Un punto immobile in mezzo alla schizofrenia totale. Diagnosi: indolenza, pigrizia, accidia.

D’altronde quali energie dovrebbe avere una venticinquenne laureata in letteratura, che nella vita ha ottenuto come unico successo quello di farsi assumere come impiegata al casello dell’autostrada? Fare un mestiere che una macchina sa fare meglio non è stimolante per nessuno. Se poi nella vita hai studiato letteratura, qualche domanda te la poni. E le domande, si sa, è meglio porsele in mezzo alla gente, almeno poi qualcuno ti scanta, piuttosto che soli, in mezzo all’autostrada.

Linda finalmente chiude la cassa, raccoglie i mozziconi di sigaretta fumati clandestinamente, soffia via la cenere abbassandosi a livello scrivania e se ne esce, da quella bara verticale. Sarà la cassa automatica, d’ora in poi a svolgere il lavoro. Sale sulla macchina parcheggiata a lisca di pesce, mette in moto e si avvia verso casa.

Mezz’ora di macchina, mezz’ora di radio, mezz’ora di frasi intonate che nonostante tutto non è che la convincano troppo. Viveva la musica in radio come un tradimento nei confronti di Guccini, il sommo, che, sapeva, non avrebbe mai accettato un verso come “hastag fuori c’è il sole”, nel remotissimo caso che conoscesse il significato della parola “hastag”. Ma questa non era l’unica situazione in cui le sembrava di tradire cose o persone. C’era qualcosa che non tornava, Linda aveva la strana sensazione di avere un pezzetto in meno, non sapeva proprio dire cosa, forse un enzima, forse una proteina, oppure un ormone, comunque qualcosa di biologico sulla cui carenza scaricare la colpa, del fatto che odiasse –odiasse- tutto, dal profondo del cuore. Non si poneva il problema del perché, mica voleva peccare di profondità, ma se ne accorgeva per l’incredibile differenza di umore tra lei e i suoi amici: Linda non alzava le mani quando il vocalist della discoteca incitava a farlo, mentre gli altri si. A dire la verità non rispondeva ad alcuna richiesta del vocalist, mentre gli altri si. Forse non riteneva manco che fosse un lavoro, il vocalist, mentre gli altri si. Non ordinava un “Milano Torino solo andata”, un “Coca Rum Lento”, un “Chine Tea Vodka” al bar, ma solo “birra”. Provava la sensazione di felicità o entusiasmo una media di una volta ogni due mesi, e spesso per questioni opinabili, tipo il gatto che si incastra tra gli spazi della ringhiera perché troppo grasso, cosa che gli ha costato il passaggio dal nome Smilz a Bonzo. Mentre gli altri, effettivamente sorridevano di più, almeno a vista, addirittura schiamazzavano alle volte, tipo rito tribale di auto eccitamento per la serata che si andrà a svolgere, o in stile seduzione tra pavoni, per far colpo sui sessi opposti (o sugli stessi, giustamente, ma senza ammetterlo).

Linda odiava anche questi connotati antropologici, nonostante vedesse essere rispettati da tutta l’intera generazione, e odiava la folla, i singoli individui, i gruppi e le coppie. Ogni essere vivente era fonte di odio. Non che non fosse filantropica. Anzi: gli immigrati le piacevano, anche contro i poveri non aveva nulla, gli omossessuali idem, non che ne frequentasse visto che il paese era troppo piccolo per poter avere una vasta scelta di tipologie umane, però immaginava di andarci d’accordo ecco. Aveva una spiccata simpatia per le minoranze, per chi perde insomma, non a caso l’anno in cui uscì “Unglorious Bastards” di Tarantino si sconvolse la statistica dell’entusiasmo fino a portarla a dieci picchi in un mese.

Quello che la faceva dannare invece era la correttezza formale della gente che vedeva, l’ossessione al politicamente corretto. La letteratura, su cui lei si è laureata, è piena di sfigati, malheraux, decadenti, drogati, alcolizzati, artisti, omosessuali, e per questo è interessante. Per questo c’è trama, racconto, storia. Oggi, qui, manco i drogati sono quelli di una volta: ora ci stanno i mangiabombe, che spesso sono minorenni e le cui morti sono causa di chiusura di discoteche ma non di apertura di coscienze; oppure i cocainomani, che sono ricchi, spesso noti e potenti, e che di certo non devono fare marchette per procurarsela. Zero introspezione, zero tormento, tutto tremendamente patetico.

Erano le 21. Linda si prende una pizza da asporto e suona il campanello di un enorme palazzone, «Sono io» dice al campanello. «Dove diavolo hai messo il cellulare» una voce maschile esplode nel citofono «Morto. Scusa» e si apre la porta. Linda sale le scale. Camminare in salita su 5 rampe di scale è la sensazione più bella a cui possa ambire dopo 6 ore di casello. La porta è aperta, pronta ad accoglierla. Linda oltrepassa la porta con il cartone di pizza in una mano e una fetta nell’altra già addentata per le scale. «Fiao» bofonchia a bocca piena mentre con la punta del piede destro si sfila la scarpa sinistra e viceversa. Ernesto è sul divano in apprensione davanti alla televisione. «Non ci posso credere!» urla Linda con la bocca piena di un altro pezzo di pizza, il cartone sempre in mano mentre tenta di sfilarsi la giacca con goffi movimenti di bacino a pratiche di telecinesi. «Sei andato avanti!» la giacca è sfilata e ora avanza in tono d’accusa con gli occhi puntati al televisore. «Essí, non ti muovevi. E poi sta storia che il telefono ti sta acceso 4 ore al giorno deve finire. Si può sapere cosa ci fai? Ti droghi di Facebook?»

«Forse -con aria colpevole. A che puntata sei?»

«La 4, ti sei persa solo 10 minuti, stai tranquilla».

Ernesto è il ragazzo di Linda, con il quale convive, e oggetto della discussione è ovviamente la visione di una serie tv in streaming, l’oppio dei popoli oggi, altro che religione, caro Marx. Quale serie sia non mi è dato sapere, mestiere del povero narratore non è quello di tenere dietro ai titoli di questi due pazzi che passano tutta la notte a impallidire davanti al susseguirsi di puntate e puntate e puntate fino a pentirsi e bestemmiare alla consapevolezza di avere, anche oggi, giusto 3 ore per dormire prima di andare a lavoro. Non sono più ragazzini, ma non gli entra in testa. Linda salta sul divano, bacia Ernesto, e si scioglie nella posizione che rimarrà definitiva per le prossime ore. «Come è andata a lavoro?» Ernesto si volse a guardarla e ad aspettare la risposta. Non ci crederà nessuno, ma in realtà gli interessa davvero, è buono Ernesto, un ragazzo di buon impasto. «Normale, niente impicci. Tu?» E anche lei si volta verso lui facendo scorrere con coraggio minuti preziosi della quarta puntata. «Niente di nuovo, però……ho rubato un’amaca da campeggio!» E dicendolo tira fuori da sotto il sedere un piccolo sacchetto colorato, come se avesse aspettato pazientemente il momento di svelare questo segreto. Sorrideva come un bambino. Ernesto, tanto per intenderci, lavorava al magazzino della Dechatlon. Laureato in Fisica. «Dai che figata!» Linda gliela strappa di mano e la distende. Era colorata e stopposa, proprio come quelle dei freakkettoni. «Però adesso basta che poi ti beccano» e la posa poco più in là, come per essere utilizzata a breve.

Certo.

Linda riaffonda nel divano. Passano un paio di ore davanti alla serie tv senza niente da dirsi, come la maggior parte delle sere. Non c’era noia o abitudine in questo, semplicemente non c’era modo di passare la serata altrimenti. A volte non si sfioravano nemmeno, ma non se ne preoccupavano. Erano finalmente al sicuro, nel luogo in cui è lecito essere stanchi e indifferenti.

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