L’età dell’irriverenza II

L’allevamento dei nuovi poveri

(che non sono i veri poveri)

I.

Una scarpetta da ballerina nel reparto equitazione. Ernesto la guarda. Non dovrebbe essere li. Tipico prodotto abbandonato durante un pentimento prima di arrivare in cassa. Che poi perché dovrebbero comprarsene solo una, se l’altra è ancora nel carrello? O perché prenderne solo una da abbandonare poi nel reparto equitazione? Forse una bambina con l’alluce destro a punta che cambia solo la scarpetta bucata delle due? Poi però l’abbandona perché realizza che sarebbe stupido indossare una scarpetta usurata e una nuova di zecca. Oppure un errore. Una scarpetta che si impiglia nel carrello passandoci di fianco, se ne accorgono nel reparto equitazione e la lasciano li. Tanto qualche stronzo che la riporta indietro c’è. Ernesto prende la scarpetta. Non c’è dubbio. Devono essere comode, molto simili a delle babbucce di pezza, tutta un’altra cosa da quelle con la punta di gesso. Inoltre quelle erano a suola staccata, le più comode, puoi piegare il piede e non senti la resistenza della stoffa, che comunque è molto spessa perché deve lottare con l’attrito del pavimento e il peso del corpo.  Sì, Ernesto da consigli anche alle ballerine. Cinque anni di fisica teorica, una tesi sul principio di Heisenberg, le lodi dalla commissione, eppure nessuno lo aveva mai preparato a distinguere le mezze punte di tela da quelle di pelle, e a quale tipo di piede consigliarle. Non che si sentisse sminuito, non era particolarmente presuntuoso, diciamo che gli mancava una sorta di appagamento. Poi non poteva lamentarsi, ad altri era andata peggio: laureati in economia commessi nei centri commerciali, laureati in scienze politiche camerieri, laureati in giurisprudenza per sempre stagisti e ingegneri blogger. Almeno lui aveva lo sconto sulla Quechua.

Manuel era ancora in cassa, staccava il turno a breve, e finalmente sarebbe stato il momento di fare una gustosa pausa sigaretta. «Vez, finito. Andiamo?» Manuel viene a prendersi il compagno di sigaretta: finalmente un po’ d’aria vera. «…e niente, adesso sto guardando dei voli ma non è facile, è comunque un viaggio molto lungo, quindi costoso in qualunque periodo dell’anno scegliessi di andare»                                                                                 

«Ma scusa, esattamente che vai a fare che non ho mica capito?»                                

«Lavoro. Accompagno questo mio amico che ha appena rotto con la donna e adesso è tornato carico dopo anni di morte proprio, che va a fare il cameriere a Buenos Aires, e niente, io vado in là con lui poi vedo. Minimo tre mesi. Trovo un lavoro anche io e pensavo di stare un po’ là. Il volo per Lima è il più vantaggioso»                                                

«Lavoro? In America Latina? E passi dal Perù per arrivare in Argentina?»                                     

«Bhè si, ti suona così strano?  Intanto in America Latina stanno meglio di noi, hanno la lentezza, il tempo, la siesta…»                                                                                         

«Certo certo, ma il lavoro?»                                                                                                   

«Ti sto dicendo che questo mio amico c’ha già il contratto!»                                           

«Bene, e tu?»                                                                                                                            

«Mamma mia Ernesto che vecchiaia che c’hai addosso. Smettila di rimanere così fissato a ‘sta merda di certezze. La casacca che c’hai addosso, che è? È un lavoro questo?»

Ernesto se la ride sotto i baffi, Manuel in questo ha ragione, difficile trovare anche solo una ragione che ci renda migliori di uno stato come l’Argentina, ma cosa cavolo crede di fare insomma? Non è Ernesto ad essere vecchio, è lui a voler fare il fricchettone con il conto di papà. Facile improvvisarsi tutti Kerouac a questo mondo, ma di Beat Generation ce n’è stata una sola ondata, e per il mondo ci giravano scalzi e puzzando, scrivendo poesie in rotoli di carta, mica con l’i pad che ti dice dove trovi i McDonald più vicini. E poi cosa crede di poter insegnare lui, della lentezza, del tempo, della siesta, a uno che si chiama Ernesto. Non è un nome così leggero. Porta con se un simbolo, un peso etico. Ernesto ne è fiero, e suo padre prima di lui, che nonostante l’imborghesimento atavico, possedeva un’ammirazione forte per la Rivoluzione cubana e i suoi protagonisti, che lo portavano alla commozione.  Nonostante tutto l’idealismo muoveva ancora i nostri padri, anche se nel vederli tagliare il pratino alla domenica con il tosaerba non ci si credeva.  Mentre Manuel, bhè, ancora non è chiaro da cosa fosse mosso, se dalle donne, o dalla fortuna, se abbia paura di stare fermo o se voglia invece scappare, ma in un anno è capace di cambiare una decina di lavori, una decina di appartamenti e una decina di stati. Per poi tornare, sempre, con la coda tra le gambe. È un caso, se non un onore, averlo qui tra noi, con un mini contratto del Decathlon.

Un profilo psicologico borderline, comprensibile. Ma allora perché lo invidiava così tanto?

«Perché poi dicono che la ci stanno delle onde magnifiche»                         

«Perché, surfi?»                                                                                                                 

«Certo che surfo. Sono stato l’anno scorso in Sicilia con Marco Aurelio, ricordi?»              

«Non eri andato in Sicilia a esportare i tortellini?»                                                                   

«Ma no, li ero a Perugia, e non ho esportato niente perché ci stava una biondina che mi ha tenuto impegnato»                                                                                                              

«Ma ci sai andare almeno su sta tavola o lo dici solo?»                                                           

«Ma che scherzi? Sembro nato, in tavola» Ernesto si divertiva.                                                               «Vabbè va, torno dentro che non ho ancora finito io. Stacco tra un’ora e ho il reparto tennis che non si sistema da solo»                                                                                                   

«Bella Ernesto, ci vediamo domani allora»                                                                          

«Ciao vez», stretta di mano alla bulli di quartiere e Ernesto torna dentro. Saluta Brigitta, che non ha mai un cazzo da dire nonostante parli tanto, e si immerge nelle racchette, suddividendole per peso ed elasticità. La fisica era davvero ovunque. Era una conoscenza magica, fondamentale. Anche su quella stupida retina ovale si sono condotti studi specifici per dare modo alla pallina di rimbalzare al meglio, per non parlare di vibrazioni, forze e moti. Tutto è fisica. Ma lui, che è un fisico, non è molto più di nulla.

II.

Nel rientrare a casa dopo aver parcheggiato l’auto, Ernesto metteva i piedi uno davanti all’altro, ben attento a non alzarli di un millimetro strascicando ghiaia e refusi di marciapiede. Il tizio aveva appena chiuso la serranda del cinema, con quello sforzo che un giorno gli costerà un’anca, e lo guardava incamminarsi verso casa, ingobbito e lento. Ernesto sale, dove i genitori già sonnecchiavano davanti al televisore, in una sorta di immobilismo quasi trasognato, che gli dava la sensazione di non vivere il tempo che passava in casa.  Spacchetta dalla pellicola trasparente il piatto di spaghetti secchi dal frigo, e li scalda nel microonde. Seduto sulla cassapanca che scricchiola al ritmo dei movimenti della mascella, cerca di capire cosa gli rimane da fare prima di andare a dormire. Quando lo aveva l’esame Ilenia? Cazzo, domani. Meno male è ancora in tempo. Prende il telefono e manda l’in bocca al lupo: rispettato in extremis il protocollo sociale anche questa volta. Neanche il tempo di andare verso il letto che i genitori avevano già cominciato a far del casino: discutevano di un’anta rotta del mobile del bagno, e la madre con un cacciavite provava a rimontarla, mentre il padre sosteneva fosse inutile, senza far nulla per aiutarla. Non si sarebbe stupito se avesse sorpreso la madre infilzare il cragno di suo padre con il cacciavite in un bagno di sangue, e vederla poi sconvolta e stupita di quell’atto d’ira, ma sembra che anche per questa volta la cosa si sarebbe conclusa in noia. La madre era una donna a cui le parole non vengono mai la prima volta. Se la gestiva con combinazioni di termini generici quali ‘coso’, questo e quella. In seconda battuta poi le parole arrivavano, ma un veneto non l’avrebbe mai capita vista la forte inclinazione regionale. A volte le capitava di essere di buon umore, e in quei casi chiacchierava con grande energia di oggetti di poco conto, o nozioni di ancor meno conto, lette da qualche parte. «E chi lo dice?» «Coso, quello tra i più grandi intenditori», intenditore di cosa poi non si capiva, e nemmeno il nome. Ma quello che davvero era importante nella madre, erano le mani, nodose e piene di chiazze da lavoro sotto il sole, pronte a colmare ogni lacuna di linguaggio, erano le mani che parlavano, gesticolando, indicando, piegando, pulendo, rovistando, accarezzando, colpendo e impastando. Mani ricoperte di farina e mani che abbracciano i ferri da maglia. Il padre invece con le mani non ci faceva proprio niente, era insegnante del liceo, ed era conosciuto e godeva di ottima stima, fuori e dentro casa, ma in certi casi risultava un po’ pigro di sentimenti e di dimostrazioni. Più che altro, dentro dormiva, mangiava fuori pasto, e passava molto tempo al cesso. Poi fuori casa era un guru spirituale, civile, morale. Ernesto è il frutto del loro amore, ma delle mani non ha preso nulla, credo che sia un dettaglio che più nessuno eredi, come un simbolo di un’altra epoca, mentre dell’intelletto si, quello si tramanda ancora, ma su altri campi. Per lo più cercava di evitarli, anche se gli doveva tutto, tutto, e non per ultimo il vitto e l’alloggio. Era un bravo figlio, e loro dei genitori non male, ma l’essere ancora lì, in quella casa, era un motivo che bastava a creare dell’attrito: ogni loro atto di premura era per lui un oltraggio alla sua indipendenza, e ogni tentativo di affermare la sua indipendenza era per loro un atteggiamento sconveniente per la giusta convivenza. Sarebbe davvero importante poterli stimare e volergli bene e basta, come si meriterebbero, ma questo non è facile quando ti senti perennemente in dramma adolescenziale da conflitto generazionale. Anche se ormai hai quasi 30 anni, sei laureato, ma  di tutto quello che fai, non ci campi.

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