L’uomo indispensabile

Cronache inesatte di una quarantena

Ero triste, ieri. Non temo a dirlo. 

Triste, non di quella facile da recepire però, coi bordi della bocca incrinati, e i silenzi, e i pensieri cupi. Triste in fondo, in giù, che se non ci facevi attenzione poteva sembrare un qualunque dolorino intercostale, di quelli di quando ci si alza, da bambini. Un puntino, una piccola gemma nell’addome, il punto di intersezione di tutte quelle rette che ti infilzano come le spade infilzano l’assistente del mago chiusa nel cassettone. Perché stando fermi siamo bersagli facili, è il motivo per cui ci muoviamo sempre, in condizioni normali, ci muoviamo per scrollarci di dosso ognuno le proprie miserie, come quando dalle mani bagnate proviamo, scuotendole, a rimuovere un capello che si è incollato. E invece, per la prima volta, siamo senza trucco, ben fermi per essere infilzati. Perché taglia dritta, quella sensazione di non essere indispensabile, che se ti fermi tu, non succede niente. Anzi, lasci pure il passo a delfini, pappagalli, roba delle fiabe insomma. Per non parlare di quanto ferisce in fondo l’inutilità, che il meglio che puoi fare, è non fare niente. E la gioia? Quanto ti spacca quella gioia di avere tempo, di poter leggere e scrivere mentre la gente muore? E il senso di colpa, quanto sprofonda, di avere una casa, avere pure il coraggio di chiamarla prigione, mentre c’è chi la casa non ce l’ha, e c’è chi in prigione ci sta davvero? E quel dubbio, come ti fa sentire, se sia meglio rimanerci per sempre, così, che te lo ricordi di quanto ti lamentavi della tua vita, e che ti sarebbe proprio servito un momento per pensare e riflettere e capire. E poi la rabbia politica, dove la metti, per l’uomo indispensabile che non può fermarsi anche se vorrebbe; e di tutta quella gratitudine, cosa te ne fai, per chi è davvero indispensabile e si prende cura di tutti?

Bhè, in quel punto, dove si uniscono tutte ste cose, ste voci, c’è la tristezza, ma è una roba bella, una roba densa in fondo, è tipo il color marrone che ci viene fuori quando mischi tutti i colori, perché c’è sempre qualcosa che ti rende più vivo della vita stessa, che è 

quanta roba puoi accogliere dentro, in una volta sola. 

Oggi siamo in balia delle contraddizioni: vogliamo sentirci indispensabili, ma anche protetti. Vogliamo sentirci protetti ma anche lavorare per le bollette. Abbiamo paura, ma siamo anche annoiati. Ci sentiamo chiusi, ma il fuori non c’è mai piaciuto. Vogliamo che tutto finisca, ma non così in fretta. Per poi sentirci ignobili a pensarlo. Dobbiam star lontani, per star vicini. Odiamo il trasgressore, ma pensiamo a trasgredire ogni secondo. Odiamo gli uomini, perché prendersela con un sistema che da sempre non tutela le classi in difficoltà, non dà energia nell’immediato. 

Siamo sempre in dialogo, anche se non ce ne rendiamo, brucia calorie sto lavoro di dentro, sto tribunale carnevalesco che se ne stava assopito da un po’ perché son anni che parliamo con le frasi delle canzoni, se va bene, o coi meme. Adesso, pian piano, ricominciamo a dire, usiamo nostre frasi, che son goffe, ripetitive, contraddittorie, una volta sparano di qua, una volta sparano di la, ma c’è qualcosa alla base, di molto più importante del senso delle cose che diciamo: la complessità. Quanto è tutto giusto e tutto sbagliato, oggi, tutto ha un pro e ha un contro, tutto vale e tutto perde valore, e tutto si interseca lì, in quel nocciolo di cuore che non è manco un centimetro, in quella tristezza che è il recettore della complessità, che leva i punti e gli urli, e ti da modo di fare l’umano – come vuoi.

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