Macondo sul Panaro

I.

Lei era tutta uno spigolo. Aveva zigomi scavati, gomiti taglienti, e un ossicino sporgente sul lato esterno delle ginocchia che in famiglia veniva chiamato “uzdèin”. Anche le sue parole tagliavano, per schiettezza, e camminando rimaneva ai bordi, senza entrare nel merito di niente. Aveva, per questa sua capacità di sorvolare, gli stessi muscoli dei funamboli, e stava ai margini, per non ferirsi, e perché la strada e le direzioni, le avevano insegnato, erano cose da uomini. Lui al contrario, era tutto un tondo, morbido. Non era grasso, no. In salute. Un po’ gobbo, forse, ma la curva che aveva sulla schiena gli rifioriva con eleganza sulla testa, grazie all’aspirale infinita dei suoi ricci scuri. Lui era uomo, e affondava i piedi, sull’asfalto, come fosse sabbia, come fosse niente. Aveva anche combattuto, quando ce n’era bisogno, durante la guerra. Adesso, che se l’era cavata, parlava poco, e mai di quei giorni. Erano agli antipodi. Li divideva campagne e granai, qualche animale da tiro e il fiume Panaro. Lei stava di qua da l’acqua, lui stava di là da l’acqua, e fin da piccoli, quando la conoscenza dipendeva dal sentito dire dai grandi, giravano certe storie, come che di là da l’acqua avevano le teste quadre e una spocchia da cittadini, mentre di qua erano tutti rozzi campagnoli buoni a nulla. I popoli, che si minacciavano a colpi di fionda, si mischiavano solo per la fiera, o si scambiavano, al massimo, qualche pollo nei feriali.

La prima volta che parlarono lei suonava come una marcetta ritmata, lui come un adagio molle, e scoprirono, in poche battute, che anche se non andavano d’accordo, potevano amarsi tanto lo stesso. Era primavera e dall’unione di queste due figure nel retro bottega della polverosa falegnameria di lui, nacquero due bambine, diverse: una da canzone malinconica, e l’altra da marcia come la madre, più pesante, anzi, come nuziale. Erano venute fuori con la stessa semplicità che caratterizza la vita, come flusso che si porta tutto dietro, come una frana, ed erano entrambe la madre e il padre, mischiati, con diverso temperamento non solo tra le due, ma anche dentro ognuna di loro. Nelle due bambine si concretizzava un dualismo esplosivo, una frammentazione conquista del secondo Novecento, poiché sapevano pensare una cosa e il suo esatto contrario, sinceramente e pienamente, senza perdere d’integrità. Erano spezzate, figlie del loro tempo, diverse dal tuttotondo coerente dei genitori. E per questo erano sempre in battaglia, tra loro, e ognuna per se stessa, perché tutto costava fatica, ma quella che si destreggiava meglio, nel vincere le battaglie quotidiane, era quella dall’ossatura grossa, Rita. Tina era più solitaria, s’incupiva, e passava ore nello stesso retro bottega del suo concepimento, a contare e ordinare gli oggetti della falegnameria. Ordinava fuori, per ordinare dentro, cercava in fine per esplorarsi in fine mentre Rita sbatteva e faceva traballare tutto.

Le bambine crebbero sul fiume, perché i genitori non raggiunsero mai un accordo. Costruirono due edifici, come parti di una sola casa, da un lato e l’altro del fiume, dividendo così la routine famigliare: per i bisogni primari, come mangiare, cacare e dormire, andavano nelle stanze di qua da l’acqua, per ciò che era sovrastruttura, ma in un qualche modo obbligato, come studiare, riordinare e curare la persona, andavano di la da l’acqua, e per le cose belle stavano in centro, in mezzo a l’acqua, come giocare, cantare, fare l’amore. Un pomeriggio mentre le bambine erano immerse nei compiti di ortografia, i due capostipiti inaugurarono il fiume, e da quello ne uscì un terzo genito, un maschietto che non aveva voce per piangere che venne chiamato G. Rita prese bene la notizia, e cominciò a trasformarsi in adulta. Tina invece si sentì assediata e si ritirò sempre più in solitudine a creare, dal legno, piccoli oggetti che collezionava e custodiva, e se fosse apparsa in un ritratto, sarebbe stato nel suo solito, con un occhio chiuso ed uno aperto, mentre sbirciava nelle mani socchiuse, qualcosa che il più delle volte nessuno aveva la capacità di vedere. 

II.

Un giorno, parecchio tempo dopo, venne al fiume un facoltoso mercante di stoffe, figura largamente trattata nelle leggende del paese, che, secondo quelle, portava prima passione poi sventura. Vendeva sete orientali dai ricami di luoghi lontani, e le apriva e le rigirava davanti agli occhi della famiglia, che seguiva interessata, mentre Rita ai telai complicati sembrava preferire lo zigomo emaciato del tale, le spalle larghe e le sue gambette longilinee. Le passava in rassegna come i tratti sinuosi delle g nei compiti di calligrafia: con attenzione. Successe, lì per lì, qualcosa nella sua testa, qualcosa di simile ad un blocco, un tilt. Dio lo sapeva, se ne accorgeva, ma non la castigava, e di questo disinteresse Rita ne face un’innocenza, una legittimazione. Imparò così a desiderare, ed era nell’acqua mentre imparava, come lo impara la maggior parte, e di questo desiderio, che la muoveva, e la rendeva viva come una fiamma, affamata di tutto quello che era ossigeno, e non si teneva e si scalmanava, si tramutò, dopo aver letto qualche libro, nel bisogno di indossare l’anello. Era la necessità di dare nomi e forme, che a forza di avvampare stava evaporando, perché dell’amore le persone parlavano sempre nello stesso modo, convincente, e quel sentimento scomposto a raggiera che esplodeva da dentro verso il fuori, che non aveva un modo se non quello dell’anarchia, che la gente non capiva, e che creava imbarazzi, decise che sarebbe stato un cerchio come quello che gli altri capivano, e questo cerchio, si diceva, andava messo al dito per valere qualcosa. Cominciò ad informarsi sul mercante, indagare su dove passava le serata e ad intercettarlo in giro per il paese. Pensava a come conquistarlo, a cosa fare per attirare la sua attenzione, possibilmente inducendo lui a fare il primo passo. Era un intricato sistema cervellotico dentro cui sembrava strano c’entrassero desideri e sentimenti, Rita ci si dedicava con abnegazione, e non si sorprese mai del fatto che per pensare a lui scegliesse le stanze di la da l’acqua, come quando pregava. Cominciava a pensare che avrebbe dovuto modificarsi. Il mercante era spesso accompagnato da donne belle ed eleganti, con le ossa cave, forse, come quelle degli uccelli. Lei le ossa ce le aveva, e pesanti. Così cominciò a cambiare abiti, e modo di parlare, sembrava un’altra persona, più sofisticata, come una hostess di volo. Il mercante cominciò a notarla, ma senza fretta. Non fu un destino mosso dal colpo di fulmine, l’amore non trovò strada dagli occhi e, ancora oggi, non si capisce da dove si infilò.

Quando si sposarono Tina uscì controvoglia dal suo laboratorio. Aveva lunghi capelli neri schiacciati sulla nuca e quell’aria capricciosa di chi è costretta a fare qualcosa. Non le piacevano le persone, perché, le persone, pensavano sempre in grande. Non sapevano dividere. Sommavano, moltiplicavano, toglievano a volte. Ma non dividevano mai. E a lei piacevano le parti. Non le interessava l’amore, ma il cuore. Anzi il sangue. Anzi, le vene. Scomponeva tutto, voleva arrivarci in fondo, ma in fondo non ci arrivava mai. E le persone da scomporre erano cosa immensa, ma loro no, non lo facevano, si consideravano intatti, e intatti si muovevano per il mondo. Al matrimonio di persone ce n’erano tante, che venivano da di qua e di la da l’acqua. La proposta fu di fare il tutto dentro l’acqua, come di cosa gioiosa, ma l’idea non piacque agli sposi per timore di rovinarsi le scarpe. A G. quel giorno arrivarono tante vibrazioni, quelle degli applausi, quelle dei balli, quelle degli scherzi, quelle delle occhiate del mercante alla damigella, e quelle della sorella che indossa l’anello che le avrebbe dato forma e collocazione. Sentì anche le vibrazioni della marcia, quella nuziale che era la stessa che suonava mentre Rita nasceva, e G. non poteva saperlo, ma con questa chiusura si era creato il vero anello che l’avrebbe imprigionata, quello di un destino che scrisse di lei fino ai diciannove anni, e che la lasciò lì, dimenticandosene. 

III.

G. non sentiva e non parlava. In famiglia, per comunicare, impararono la LIS. A Tina, che ascoltava cose diverse dalle voci, questo piaceva, e, una volta persa la compagna di gioco destinata, si prese accanto il fratello e quei suoi occhi potenti. Lui era un essere umano che non le dispiaceva, poco invasivo e con una buona propensione all’interiorità. Lei era solitaria e si perdeva in intagli e piccolezze. Non usciva quasi mai dallo studio che aveva costruito con una piccola piattaforma sopra l’acqua dove si scordava di sé stessa. Era G. a pensare a lei, a portarle da bere, da mangiare o lei se ne sarebbe dimenticata. Nel crescere, a G. vennero gli stessi muscoli da funambolo della madre, perché tutto il lavoro di traduzione dal pensiero alla LIS, lo faceva da dentro, prendeva dagli occhi e rigettava dalle mani. Aveva dentro un via e vai di forze che lo attraversavano da parte a parte, e nel mezzo si scambiavano tra loro grazie a gallerie o sottopassaggi. Dovette diventare qualcosa di simile ad un architetto, per lasciare la strada libera ad ognuno dei suoi percorsi emozionali, e per farlo si piazzava ad occhi chiusi, percependosi dall’interno, e costruiva, con il respiro, ponti e rotatorie, incanalava le forze per non farle collidere, per non esplodere, per non cadere. La sua comunicazione, la sua percezione del reale dipendeva dall’abilità che aveva in questo, nel capirsi, nel mantenere l’equilibrio tra tutte quelle spinte e percussioni che sentiva dentro. Il lavoro che fece in adolescenza fu magistrale, riuscì ad armonizzare quel suo corpiciattolo in crescita, dalle gambe sproporzionate d’airone e le scapole alate, in pochissimo tempo, facendolo diventare un continuo cantiere in costruzione. Le gallerie che lo attraversavano l’avevano reso tutto un nervo, forte e agile. Respirava, rumorosamente e profondamente, mentre si costruiva, e si finiva. Di questa sua abilità, all’inizio, se ne accorse solo Tina, che un giorno, dopo parecchi di mancanza, accorgendosi che non si nutriva da un po’, si mise a cercarlo, preoccupata. Lo trovò che saltellava sulle punte asciutte dei sassi che sporgevano dall’acqua, atterrando sul piede destro, e poi sul sinistro, con le braccia larghe, come se ogni arto godesse di una propria intelligenza. Nel distinguere la sagoma della sorella, bianca come un cencio, fuori dalla porta dello studio, con le braccia conserte, si picchiò la fronte con una mano e corse in casa, leggero, a prenderle il pranzo. Tornò che aveva ancora la fronte rossa per lo schiaffo. Il giorno dopo Tina lo trovò camminare sulla staccionata, con il volto concentrato, le braccia come ali, ginocchia lievemente piegate per tenere il baricentro saldo e un passo dopo l’altro spostava tutto il corpo, come nulla fosse, senza traballare. Tina questa volta dovette avvicinarsi per attirare la sua attenzione, e come da copione, lui rispose con lo schiaffo in fronte, saltando giù dalla staccionata e tornando, poco dopo, col sorriso. Il terzo giorno Tina lo trovò camminare sul filo del bucato. Era concentrato e gli brillavano gli occhi. Tina cominciava a capire. Stava cercando, come facevano tutti. Lei nella mani e nei legni, lui nei vettori. Stava definendo la sua cinesfera, il suo spazio d’azione, stava occupando luoghi inesplorati e studiando il modo per viverli nel rispetto senza farsi male. Stava esplorando e ricercando nel più sano dei modi, e si stava aprendo la strada per crescere saldo sulle proprie gambe. Anche Tina ne sorrise, e rientrò in studio senza richiedere alcun pasto. Le arrivò qualche ora dopo, sul vassoio più bello prima che G. si schiaffeggiasse la fronte e ronzasse di nuovo via, come un’ape. Tina ne sorrise, ancora. Stava riacquistando l’abitudine. Il quarto giorno G. proprio non si trovava, Tina dovette passare in rassegna tutto l’isolato, sotto il sole, e percorse il letto del fiume avanti e indietro più e più volte chiamando G. con una voce piena che non usava da tanto. Come risposta gli cadde davanti agli occhi una scarpa, lei alzò lo sguardo ed eccolo lì, a penzolare con le gambe seduto su un filo teso tra il bordo del letto del fiume e l’altro. Stava lì, seduto, con il piede nudo in bella mostra e un sorriso smagliante che faceva sembrare il sole qualcosa di opaco e migliorabile. Tina capì subito che aveva trovato la sua altezza, e che da quella non sarebbe sceso facilmente. G. si rimise in piedi e cominciò a camminare lungo il filo, saldo, leggero e libero. Gettò anche la seconda scarpa e a piedi nudi riprese a volare come vola chi non ha ali. 

IV.

Dopo la migrazione di G., Tina non poteva più rimanere bloccata in studio tutto il giorno, e in qualche modo, come un fiore, una pianta, l’esposizione alla luce le fece tanto bene che prese qualche chilo e mise su due guance rosso lampone, che fecero sperare, alla madre, che potesse essere trovata interessante da qualche pretendente. Questa speranza cominciò ad esercitare una pressione che Tina percepiva a livello cerebrale, e come se non bastasse, la raggiunse, un giorno, l’urlo impaziente della madre che tuonava così: «Rita è incinta!». G. cominciò a intessere per aria alcune trame silenziose, intrecciando rami, cavi, tetti, grondaie, che lo portassero a casa della sorella. Tina uscì dallo studio sbuffando, e nel tentativo di darle, almeno fuori, forma di donna responsabile, la madre le mise in testa un bel cappellino rosso che soleva usare lei da giovane, sul suo caschetto squadrato. Tina si sentiva stupida così agghindata, e contro le cose stupide non combatteva, e così, vinta, si incamminò col resto della famiglia. 

Rita viveva in una bella casetta di sasso nel centro del paese di qua da l’acqua, con un lato sommerso da un gelsomino rampicante. Ne sentivi il profumo da lontano, come da lontano sentivi le urla del mercante che, sotto la torre, faceva svolazzare le stoffe sopra folle di signore. Tina era nauseata dai suoi gesti, così grandi. Tutto quello che faceva, era per incorniciarsi. Compiva grandi cerchi che finivano sempre in lui, con una forza centripeta che risucchiava all’esterno per portare verso di sé. «Un baggiano», pensava Tina, e scuotendo la testa distolse lo sguardo che ricadde, rumorosamente, davanti una casa non lontana dove sedeva un giovane fabbro, chino sui propri ferrivecchi. Stava modellando, a fatica, una torre da scacchiera. Piccola. Piena di guglie. Tina ne rimase affascinata, e mentre continuava a colpire il corpo centrale della torre, nella eco del battito di bronzo, al giovane calò una goccia di sudore sulla fronte, che tinse di diamante la tratta dai capelli al ciglio, come fosse brina su una borraccia gelida. Tina sentì il desiderio di leccarla via. Il bronzo continuava a rimbombare quando dalla tasca tolse il minuscolo porcospino dagli aculei puntuti che aveva scolpito nel legno l’altro ieri, e, senza pensarci, lo porse al giovane fabbro lasciandolo sul tavolo a rimbalzare ad ogni colpo. 

Rita stava distesa e beata a coccolarsi la pancia, che ancora non tradiva nessuna gravidanza. Aveva una vestaglia larga ma graziosa, bianca come quella di una sposa. Continuava a reggere il ruolo dell’eleganza, con grande cura del dettaglio, e in quel corredo, di moglie, futura madre, padrona di casa e bella donna, aveva bonificato correttamente la sua femminilità, che da lacunosa e instabile, ora era assioma indiscutibile. G. si era affacciato alla finestra, dal fuori verso il dentro, e dall’alto verso il basso, come un bambino che si sporge dal letto per guardarci sotto. Allungò docilmente una mano chiusa a pugno in direzione di Rita, da cui, come da un fuoco d’artificio, volò una coccinella che andò a posarsi sul petto di lei. Comparsa la coccinella, scomparse G. Tina le stava guardando i punti, quando un suono appannato la raggiunse: «Tina, non dici niente a tua sorella? Guardala com’è raggiante! Non l’ho mai vista così felice». Era la madre, che tutto sommato sembrava ammorbidirsi in quella circostanza, seduta sul letto della figlia, a stringerle entrambe le mani, e a guardarla fissa negli occhi, quasi come a passarle un testimone, quasi come a ricercare la speranza di venire compresa, d’ora in poi. Tina non aveva grandi pensieri a riguardo. Non capiva se partorire assomigliasse più a una sottrazione o ad una moltiplicazione. Se un figlio fosse qualcosa che si stacca portandosi dietro un pezzo di te, o fosse un aumentarsi di numero, espandersi. Finché non avesse preso una decisione, non avrebbe provato granché a riguardo.

Il giorno dopo la madre era in preda ad una eterna festa ormonale, un continuo fare progetti, dispensare amore e smussare gli spigoli. Il padre era pensieroso, turbato, e cominciava a temere di essere diventato vecchio. Tina invece, trovava fuori dall’uscio del suo laboratorio il porcospino che aveva creduto necessario porgere in dono al giovane fabbro. Era proprio lui, ma portava in testa un cappellino di bronzo, identico a quello stupido che la madre le aveva fatto indossare. Lui l’aveva vista. E non passò troppo tempo dall’occasione che le serviva per capire, finalmente, che partorire era più simile ad una divisione, che a tutto il resto.

V.

Antonio fu il frutto dell’amore tra Rita e il mercante. Lidia fu il tentativo di Rita, di esercitare ancora un briciolo di autorità sul mercante. Ebbero un’infanzia come tanti, piena di protezione e di bugie, a cui Antonio abboccava e che Lidia smascherava con rabbia. Marta, la figlia di Tina, nel crescere risucchiava la sicurezza della madre. Come due vasi comunicanti, Marta si riempiva, e Tina si svuotava, per osmosi. Tina pativa per il ruolo di madre, perché quella che prima era attenzione per se stessa, adesso andava divisa, un po’ per lei, un po’ per il marito, un po’ per la figlia. E lo vedeva che non aveva il potere delle altre madri, di trasformare il sacrificio in amore, e di quello ricolmarsi. 

La nuova generazione crebbe in paese, in centro. Lasciarono tutti l’acqua per questioni di sicurezza, praticità ed igiene. Una volta interrotto il contatto diretto con la natura, con la produzione, con l’auto sostentamento, le loro vite si riempirono di carte. Fogli, contratti, permessi, contanti, deleghe, scontrini. Una montagna di scartoffie riempiva le piccole abitazioni in affitto di tutti i nuclei famigliari. Dormivano su letti di fogli, mangiavano su tavoli di carte. Non avevano luci o qualsivoglia luminosità profetica ed epifanica a cui aggrapparsi, se non quella lampeggiante del cancello che si apre. Non più le stelle, ma la tecnologia, che aiutava, per quel po’ che poteva, a tenere in ordine le vite di ognuno. In questo clima, rapido e distante, i nonni, disorientati, mantenevano il loro stile di vita senza modificarsi di un millimetro. I genitori annegavano nel limbo. Marta, che aveva il baricentro stabile grazie al peso del fluido della madre, sapeva destreggiarsi. Lei per prima si ritenne pronta ad accogliere l’amore. Dovette compilare una serie di moduli. Sedici fogli fitti fitti, e una liberatoria, poiché ogni sofferenza, fraintendimento, gesto avventato, reputazione distrutta, fosse chiaro, sarebbero state tutte a suo carico. Lidia di tutta risposta non voleva amare nessuno, vedeva sua madre, succube del sentimento, e si ribellava a questa immagine. Fumava tanto e spegneva i mozziconi sui documenti. Dopo, per qualche minuto, rimaneva ad osservare il foro che espandendosi inghiottiva parole e numeri. Se si rapportava agli altri lo faceva con chiusura. Non voleva rischiare di vederci uno scopo, come la madre. Passava da una relazione carnale ad un’altra senza racconti, senza nemmeno sapere i nomi di quelle carni. Si immaginava la loro storia, il loro lavoro, l’età, qualche sfiga familiare, e basta, giusto per tenersi quelle storie dentro, ad elenco, pronte da sfogliare. Antonio aveva una cosa che sapeva fare bene: essere servito. La madre gli stirava i vestiti, glieli metteva a posto, rifaceva il letto, cucinava, e lui sapeva ricevere questo trattamento con estrema regalità. Primogenito, maschio, la famiglia riversava su di lui grandi aspettative, e la madre cominciò, molto presto, a comprargli cravatte e camicie. Come gesto d’amore, come monito. Lidia le bruciava. Come gesto d’amore, come monito. Stavano sempre tutti a parlare di futuro, che sarebbe dovuto essere glorioso. «Oh ragazól, fèvt a mód ch’al futur al ghè parchè l’è finida la guèra» diceva il nonno tondo, ma erano mitologia, lui, e le sue parole. Il futuro, come il resto, era un traguardo individuale, ed erano disposti a tutto per abitare il proprio ruolo, percorrere la propria strada. Per Antonio la carriera, per Marta il matrimonio d’interesse, per Lidia giusto la sopravvivenza, resistere, fino alla fine, almeno a se stessa. Ma futuro o non futuro, le vite di tutti se le portò via il fiume, senza lasciare traccia. Non un’esondazione, ma l’anonimato, la decisione che solo l’amore sarebbe stato il motore delle loro vite, seguendolo o rinnegandolo, confondendo, proprio l’amore, con un codice sentimentale collaudato sul tempo che stavano vivendo.

I nonni, prima della fine, ogni tanto facevano ritorno alla vecchia casa diroccata giù al fiume. Quello era il luogo dove era facile giocare, fare l’amore, dove si schivavano i sassi delle fionde, e dove, se dicevi una stronzata, ti arrivava uno scappellotto ben disteso. Non era il cambiamento ad essere terribile. Era terribile, la chiusura. Ed è nella chiusura, che il fiume ti porta via.

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