Polmoni

Lei, lui e la pizzetta calda: una trinità da tardo capitalismo.

«Vaca d’un can! Quante volte vi ho detto di non parcheggiare lì», erano le urla di Robbi, il fornaio, verso i motorini degli adolescenti in fame chimica. L’ora era mezzanotte e la pizza era la cena della coppia. La Juve aveva perso in Champions e Robbi ne era contento, ma quando era l’Inter a perdere meglio evitare di passare di là, a meno che non se ne soffrisse.

Lei aveva finito l’ennesimo turno al ristorante. Lui l’aveva aspettata per cenare, fino a mezzanotte, anche quella volta.

Molte cose erano cambiate, gli equilibri pretendevano più attenzione, un livello successivo dove le giornate erano frutto di una programmazione accurata, le pause pipì venivano fissate come su tabella dal mattino, e capitava, tra le tante stranezze, di concedersi autovelox come regali per arrivare puntuali agli appuntamenti successivi. Sembrava uno scherzo, un continuo e ridicolo essere messi alla prova, dall’essenza precaria. E invece pareva proprio essere quella la vita, una volta che si era diventati grandi.

Fortunatamente, come un lusso, arrivava sempre il momento in cui lei riusciva a metterlo a fuoco, solo lui col vassoio di pizze sulle ginocchia e i conteggi delle cartelle elettorali monitorati in tempo reale sul cellulare. C’erano state le elezioni comunali quel pomeriggio, finite in ballottaggio, come prevedibile. E anche quelle, a fine giornata, entravano, democraticamente, nel minestrone mentale di tavoli, progetti, strade divorate, visi, orari, sale d’attesa, bassa emiliana, colline, urne, dibattiti, fervore di paese, vesciche, clienti, sentirsi vecchi, sentirsi bambini, e tutto si mescolava, vorticava, e tutto le dava sollievo, perché tutto, quando iniziava a correre in tondo, a danzare all’unisono, parlava la sua lingua, che era quella dell’implosione, del “che cazzo faccio adesso, con questa laurea, con queste gambe, con questa vista?”. E più tutto girava più si assestava, come le trottole, che stanno dritte solo se schizzano ad alta velocità.

E da lì la quiete, quando alzava la faccia e staccava un momento dalla vita per guardarlo, e cambiava la dimensione. E se le capitava di ripensarci la vedeva lì, la vita, piccola e compatta sul tavolo a trottolare, come soprammobile, e lei che la fissava, come divinità, e non si fermava, e ruotava autonoma che con un cricco avrebbe potuto distruggerla. Perché era quando ad un tratto lui l’accompagnava, che tutto iniziava a cullarsi, tutto si allargava e si riprendeva a respirare.

L’amore le passava dai polmoni, era il tempo e lo spazio che si creavano quando inspirava e il mondo si azzerava, e le sarebbero potuti rotolare via tutti i sogni, tutti gli organi, che non ne avrebbe sentito lo strappo, finché stavano lì, seduti, coi profumi del forno, a ridere e dire stronzate, fingersi in viaggio e insultare la Lega. Questo era quello che la salvava, dal coraggio che non aveva mai avuto, dalle graduatorie di terza fascia a cui non poteva accedere, dalle scelte che se solo avesse potuto rifarle oggi, dalle cose che non si era mai preoccupata di risolvere, dalle scuse che erano finite, dalla memoria corta e dalla estenuante e umiliante necessità perenne, di denaro.

In tutto quel caos, che era un’abitudine, quello che la faceva sentire al sicuro, in quel momento, mentre le cose franavano e di stabile aveva giusto la certezza che dovunque sarebbe andata, sarebbe arrivata in ritardo, era che le loro due case stavano ad un solo “Amerigo” di Guccini di distanza, e che ogni volta che la metteva su, in macchina, le veniva da piangere, e che nessuno avrebbe mai dovuto saperlo.

Perché c’entrava un po’ tutto, la musica, la storia, la strada, le bollette, il cinema e le elezioni, tutto insaccato e schiacciato nel magazzino delle cose da conservare, per ogni volta che per salvarsi, si sarebbero messi, l’un l’altro, a raccontare.

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