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Darwin e la teoria dell’evoluzione

E finisce che mi metto in carica anche la paglia. È un rituale. Prima di infilarmi sotto le coperte ricarico tutti gli oggetti che il giorno dopo mi serviranno, quindi il pc, il cellulare, il tablet, la sigaretta e il power bank. E quindi mi ricarico io con una bella dormita. Dev’essere strano a vedersi, stile “Intelligenza Artificiale”, o il robot maggiordomo con Robin Williams: una nottata rigenerante da 3.000 Dopo Cristo, con le spie mal sincronizzate degli oggetti che intermittenti illuminano il buio.

Quando apro gli occhi ne ho otto, che se avessi anche le palpebre non sono sicura riuscirebbero a sbattere in sincronia. Stiro le zampe filiformi come a sembrare una stella, ed è grazie a quei peletti di cui sono ricoperte, credo, che posso appendermi ai cavi, tipo attrazione magnetica -ma in fondo non so quello che dico.

Da insetti la gravità è diversa, il mondo è un sottosopra e posso girarci intorno senza cadere, salire su pareti verticali e anche su soffitti a testa in giù, per questo la ragnatela è la mia casa, e questi cavi che si scambiano sotto e sopra il letto, in un gomitolo, se fossi ancora donna, mi strozzerebbero. Con le zampette poi li raccolgo uno ad uno e li riarrotolo, e una volta formate cinque palline le metto nel sacchetto dei carica batteria, inventato e creato appositamente per loro, da tenere in borsa. Perché appena gli oggetti piangono, gli faccio ciucciare un po’ di elettricità da quel biberon conduttore, che la pappa, finché son piccoli, gli va data ogni due ore. Glielo farei vedere, agli americani, che accudiscono un uovo per una settimana per economia domestica, com’è che si fa ad avere davvero cura di qualcosa. Perché se l’oggetto muore qualcosa per forza si blocca. O non invio la mail, o non fumo, o non sento mamma, o non mi svago con immagini di gatti. Ed è così che i compiti non vengono portati a termine, chi mi trova irreperibile si preoccupa, e si creano buchi di tempo che son difficili da colmare coi metodi tradizionali (lo leggerei anche un libro se ne avessi tempo).

È solo una delle tante dipendenze, perché preoccuparsene. Ad oggi dipendo dal caffè, dalle sigarette, dai miei genitori, e dai cavi, che quando fanno resuscitare le cose, fanno ripartire anche la mia stessa vita, e sul telefono trovo dieci chiamate e otto messaggi a cui è essenziale rispondere; il pc riattacca da lì, da quando stavo per premere invio sulla mail che entro un’ora deve arrivare a destinazione; il tablet è alla pagine cinque dell’Internazionale che non ero manco riuscita a fare in tempo a scorrere fino all’oroscopo di Brezny. Mi prendo cura di loro, ma lo so, anche se faccio finta di niente, che mi tradiscono, quando non me lo aspetto, lo so che mi spiano e sanno tutto di me, dei miei dati, delle mie cose, delle mie espressioni. E io li lascio fare, perché non ho nulla da nascondere, perché devo lavorare comunque, e perché son dipendente. Mi faccio sfruttare perché è una necessità, umiliare nelle volte che mi fotografano mentre ho le dita nel naso scrivendo al pc, perché ormai è tardi, ne sono innamorata, ci vivo in simbiosi, e posso accettare anche questo.

Un ragnetto come me non ha nulla da perdere, se rinuncia alla tela, rinuncia al suo talento principale, e quindi non ci rinuncia e accetta i compromessi, che intanto, se si pensa, non si fa altro che dare lavoro a chi campa dei sondaggi di noi ragni. I nostri dati hanno un prezzo e c’è chi li maneggia, che una volta non esisteva come mestiere, ma adesso c’è ed è pure rinomato. Il mondo cambia tanto in fretta che ne sei travolto, e non ricordi proprio, come funzionava una volta, quando si era uomini ma ci si lamentava comunque. Si stravolge tutto, si ribalta, si capovolge, e tu ci rimani schiacciato in mezzo, che tutto quello in cui credevi adesso non vale più e non si capisce nemmeno quando ne parli, suona come una lingua antica, un sanscrito, un latino arcaico.

La velocità è la nuova dimensione, velocità di spostamento, di comunicazione, di pensiero, di lettura, di reazione. E io mi sposto veloce, tra un impegno e l’altro, tra una relazione e l’altra,  tra i libri e il lavoro, tra un lavoro e l’altro, e ogni volta che ti sposti devi cambiarti la testa, perché una volta devi pensare da economo, un’altra da umanista, un’altra da filantropo e un’altra da stronzo. E chissà se qualcosa di me si forma in questo massacro, quando sbatto di qua e di la, e ho i lividi sulle ginocchia e sulle spalle, -dal trauma qualcosa ne verrà fuori, penso, ma forse quella che chiamo formazione è in realtà solo una mutilazione eseguita a regola d’arte.

In questa corsa che sfiora e basta perdo pezzi, tanto che il mio corpo si rimpicciolisce, perde peso, e mentre sono in un luogo sono anche in altri, al telefono con altri mentre parlo fisicamente con uno solo. Vivo il sottosopra e cammino in tutte le dimensioni, velocemente per sopravvivere. Ed è per questo che si spiega come mai, a me, per stare al passo con tutto questo, son cresciute otto zampe.

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