Romanzo di formazione – in italiano

Da bambino la madre, per impedirgli di andare nell’acqua profonda, gli disegnava una spessa linea nera poco sopra l’ombelico, con uno di quei pennarelli che profumano e puzzano al contempo. Ci passava sopra due o tre volte per accertarsi che non svanisse in sudore e «Ecco, vai pure a giocare, ma bada bene che la linea non deve mai stare sotto l’acqua. Se no vedi.»

Il “se no vedi” era la minaccia per eccellenza, la si accostava ad una punizione corporale, di cui non si avevano mai ricevute specifiche, ma l’indice alzato della madre insieme alla volontà di avere entrambi gli occhi del bambino concentrati e fissi nei suoi, non lasciavano dubbi.

Così poi si avvicinava al mare, con l’ardua istruzione da rispettare, e con la dignità di un cavaliere, guardandosi la pancia, cominciava con l’immergere cautamente i piedi.

Fino lì tutto bene.

Poi piano piano si addentrava, uno sguardo alla pancia, e uno alla distesa d’acqua. Più o meno a un centimetro dalla linea deglutiva profondamente, e, come sempre, a pochi istanti dalla difficoltà da affrontare, la testolina gli si riempiva di domande importantissime, fondamentali per la riuscita dell’opera eroica, come «ma l’acqua deve rimanere proprio sotto sotto, o può sovrapporre la linea?», o anche «gli schizzi? anche questi solo sotto?», ne valeva la vita, non erano dubbi da poco, la mamma aveva alzato l’indice. E mentre pensava e si sgranocchiava le unghie, zitta zitta buona buona arrivò un’ondina, piccola piccola, da mare sano e vero, e lui, preso alla sprovvista, con un urletto stridulo, decollò in un salto circense per salvare l’incolumità dell’inchiostro.

Dallo spavento ricorse a terra, e provava tenerezza per quei bambini che vedeva bagnati fino alla testa: forse i genitori non sapevano della maledizione, forse erano stranieri. Così si mise sulla sabbia, sopra un telo ben disteso, e, con un cartello ricavato dalle parole crociate ribaltate del padre, con su scritto, a lettere cubitali, ATTENTI ALL’ACQUA, si offrì di disegnare sulla pancia degli sprovveduti la famosa linea a prova di ogni calamità.

Qualche anno dopo la madre gli confessò che era solo una trovata per tenerlo in sicurezza, e lui, che aveva creduto di aver trovato lo scopo della sua vita, dovette reinventarsi l’estate, per prima cosa, iniziando a mettere la testa sotto l’acqua come gli altri.

Da quel giorno aveva iniziato a crescere, ufficialmente. L’età adulta è una conquista, come in alcune tribù, dove la si raggiunge celebrando rituali o superando prove, tra le quali trova posto, quasi sempre, lo svelamento di un segreto. Come funziona il bastone che canta, per la tribù in questione, cosa veramente si cela tra le balle dei genitori, per questo bambino. E più segreti si arriva a dominare, più si forma la propria maturità, e alcuni vengono svelati da testimoni,  e altri vengono risolti mettendosi a testa bassa facendo ricerche, studiando e imparando.

Così, segreto dopo segreto, anno dopo anno, si laureò in ingegneria, mangiava caramelle gommose quando aveva la pressione bassa, e per rilassarsi andava a pesca. Buona persona. Ma non si capisce se sia a causa della faccenda della linea sulla pancia, il fatto che, di segreti cominciava a vederne ovunque, come quelli di chi provava a fregarlo, quelli di chi non gliela raccontava giusta, l’amante della moglie, i contratti con le clausole, lo stato e la casta coi loro porci comodi, i medici che guadagnano sulla salute della gente, e tutte quelle categorie con cui è meglio andarci piano, con diffidenza. Perché la figura dello scemo non aveva mica voglia di farla, con tutto quello che si sentiva in giro.

E allora forse era meglio chiedere di poter rimanere all’asilo, almeno la prima settimana, per vedere come reagiva la bimba e come lavoravano le maestre. E a scuola di danza se avessero messo le telecamere, giusto per stare tranquilli, sarebbe stato meglio. Che se uno lavora bene non ha nulla da temere. Dal meccanico per un graffio finiva che ti cambiavano anche il motore, quindi prima meglio leggere su Internet se fossero necessarie le modifiche che proponevano di fare, perché scemo proprio non era. Dal parrucchiere non ci andava, poteva rasarsi da solo, cosa ci voleva? E la bimba, col braccio rotto, sì, la portava al pronto soccorso, ma il medico lo prendeva da parte, gli faceva una bella strigliata preventiva prima che iniziasse a ingessare, così da fargli capire chi aveva davanti. «Signore, questo è il mio mestiere, non il suo». Era ciò che gli rispondevano tutti. Ma lui si sentiva scaltro, incorruttibile e una spanna sopra ai loro segreti.

Ogni volta che si staccava un bottone, comprava una camicia nuova. Prima glielo cuciva la madre, poi però la salute ha cominciato a vacillare e ora è in casa di riposo. La migliore. Videosorvegliata.

Quando la andava a trovare i dialoghi erano pieni di lunghi silenzi, una lentezza ritrovata che a volte infastidiva e a volte rigenerava. Lei non staccava mai le mani dai ferri, e gli occhi sempre bassi. Fabbricava quadrati di lana per assemblare coperte, per i nipoti, spesso, o per chi capita, anche.

«La puteina?» chiedeva sempre, come prima domanda.

«Tutto bene ma’. Ha cambiato tutti i denti adesso.»

«Va ancora a danza?»

«Si, stanno preparando il saggio, è molto emozionata»

Continuava a sferruzzare, con le mani veloci e le nocche grinzose.

«Ti ho portato i biscotti mamma, quelli che ti piacciono tanto, del forno» e le porge il sacchetto profumato di pasta sfoglia, che aveva acquistato prima della visita. «Il solito?» gli aveva chiesto il fornaio. «Il solito» aveva risposto lui.

La donna non rispose, continuava a infilare-girare-ripassare-sfilare.

«Senti ma’, sono venuto a chiederti una cosa…»

La donna non fece cenno di ascoltarlo, ma lui continua: «Pensavamo, io e Claudia, di cambiare casa, andare più verso il centro, così Claudia è più vicina a lavoro e la bambina più vicina a tutto.»

La donna si ferma un attimo, e alza lo sguardo. Gli occhi grigi sono fermi e perforanti: «E la casa del babbo?»

«Pensavamo di metterla in vendita» inizia lui, «non possiamo tenere due case» continua,  «non riusciamo, economicamente», sferra l’ultimo colpo, il riassunto di tutta la discussione con Claudia.

La donna riprende a fabbricare a maglia, come se niente fosse stato detto.

«Cosa ne pensi mamma? Ti dispiace?»

Silenzio di risposta mentre il ferro contro ferro tintinna, e le labbra si muovono dietro al conto dei punti.

«Mamma, ti dispiace?»

La donna blocca le mani un secondo, guarda fisso l’incrocio dei ferri: «Fa quello che ti pare», dice. E torna a sferruzzare.

Sapeva che non avrebbe ottenuto di più, nessuna benedizione, e sapeva anche che senza benedizione non avrebbe combinato nulla.

Rimasero a vivere nella vecchia casa del padre, ma venne spacciata come una questione di tempo, che prima o poi si sarebbe risolta, ma anche quando morì la madre, e la bambina si faceva sempre più grande, non ebbe mai la forza di darle un dispiacere, nemmeno al suo ricordo. Così, una mattina, Claudia se ne andò, con la bambina.

«Peggio per lei», arrivò a pensare.

Insieme alla madre morì l’ultimo istinto di fiducia. Guardava quella casa che bisognava far riparare, ma tutti quei preventivi chiesti non lo convincevano. Continuavano ancora a provare a fregarlo, nonostante la nomina che aveva faticato a crearsi in paese. Si chiuse sempre di più in se stesso fino a diventare un personaggio cattivo delle fiabe, di quelli che son cattivi perché sono soli. Ma solo non si sentì mai, neanche sotto la pensilina, mentre guardando il tramonto fumava la pipa.

Era grande del tutto, ormai, fiero della sua diffidenza. E mammone. Come quasi tutti gli altri. Non c’erano modi diversi di essere, forse giusto un paio, ma se ne teneva alla larga perché si sentiva nel giusto, nella maggioranza, parte di una comunità con cui passò la vita a chattare quotidianamente, per riconfermarsi a vicenda i sospetti, mettersi in guardia l’un l’altro sui rischi della vita, tenersi aggiornati sugli accanimenti del mese, sugli strafalcioni della comunità scientifica, ed escogitare soluzioni per non rimetterci mai. Meglio della pornografia.

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