Rivoluzioni un “perché no?” alla volta

Vademecum al dibattito su Amanda Gorman

Mi sto sforzando di avere un’unica premessa ad ogni dibattito: non partire prevenuta. Si, è la banale premessa che di regola si chiede di avere. La differenza è che sto provando a farlo davvero, e quando ascolto (anche questo sto provando a farlo davvero) cerco di pormi una sola domanda: perché no? Ma non il “perché no?” sbarazzino, di quello che si concede la cioccolata anche se gli fa acidità di stomaco. Una domanda vera – dico: 

Perché non dovrei essere d’accordo? 

Ci son volte che trovo numerosi motivi per non esserlo. Altre invece scopro, con mia prima sorpresa, che non mi trovo d’accordo solo per un atavico istinto di conservazione, che se ci penso un secondo non capisco proprio cos’è che conserva.

Esempi:

1. Se una persona non binaria mi viene a dire: “Guarda che mi aiuti se termini nomi e aggettivi declinabili con l’asterisco”, può darsi che la mia prima reazione sia di straniamento. Sono un’amante della parola scritta, pensare di modificare tanto futuristicamente il linguaggio magari un po’ mi spaventa, ma se mi pongo la domanda: perché non dovrei essere d’accordo? Ho veramente una risposta? Creerebbe danno, a me e agli altri, la sostituzione dell’ultima vocale di una parola, con un asterisco? No. E allora perché io donna bianca etero di sinistra, con un certo privilegio e un certo riconoscimento sociale (anche se potrebbe migliorare) dovrei rispondere, come sento continuamente fare: “Guarda che stai sminuendo la questione, non si combatte così la TUA battaglia”?

2. Se una donna viene a dirmi: “Guarda che se usi il termine femminile per descrivere il mestiere che faccio, mi aiuti”, può darsi che la mia prima reazione sia di straniamento. Alcuni mestieri al femminile mi suonano male. Addirittura c’è stato un tempo in cui ero convinta che marcare le differenze, come se giocassimo in un campionato diverso da quello degli uomini, ci remasse contro. Poi ho compreso che il nocciolo era la rappresentatività e non la differenza. Ma il punto è che se mi pongo la domanda: perché non dovrei essere d’accordo? E me la pongo davvero, finisce che non trovo alcun motivo valido. E nemmeno essere io stessa donna, non infastidita dal venire qualificata con nome maschile, ribalta il risultato, perché se tante donne chiedono di essere rappresentate, e di essere rappresentate così,  non mi permetterei mai di andare su Rai 1 a sminuire davanti a tutta Italia questa battaglia [1]. E se me lo pongo io, il limite, che ho voce in capitolo, perché un uomo bianco etero, con il massimo del privilegio e senza nessun problema di rappresentazione o di sguardo, dovrebbe dire: “Guarda che stai sminuendo la questione, non si combatte così la TUA battaglia”?

3. Se Amanda Gorman, poetessa e attivista afroamericana, richiede che il suo libro venga tradotto da una donna possibilmente nera, perché io donna bianca dovrei dirle: “Guarda che sbagli, non è così che si combatte la TUA battaglia”? 

 

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Ed ecco arrivati alla questione. Ho letto molti commenti, di giornalisti, scrittori e scrittrici sulla vicenda di traduzione del libro di Amanda Gorman. Molti tirano in ballo l’empatia, il fatto che non possiamo far passare il messaggio che solo una donna nera possa capire una donna nera, solo un* omosessuale un* omosessuale, solo un* disabile un* disabile. Ok. Siamo d’accordo. Per fortuna l’umanità non è divisa in compartimenti stagni. Ma c’è anche un altro discorso da tenere presente, che è quello della possibilità. Amanda Gorman è poetessa ma anche attivista (punto importante), e perché non dovrebbe usare i canali in suo possesso (la poesia, i libri, il lavoro legato alla pubblicazione) per creare possibilità? Un artificio, per provare ad allentare le maglie strette della nostra società. È quello che sta accadendo ad Hollywood con attori e attrici omosessuali, che, discriminat*, lavorano esponenzialmente meno di attori e attrici eterosessuali. In che modo stanno provando a pareggiare la situazione? Chiedendo l’esclusiva, almeno, sui ruoli omosessuali. Non lo nego. Anche questo a primo impatto mi crea straniamento, come poi le quote rosa o le nuove regole per competere agli Oscar, perché nel mondo che vorremmo, lo sappiamo, siamo giudicati per il nostro valore sul lavoro e la vita privata non ha conseguenze. Ma questa non è la realtà fattuale, e non c’è alcuna possibilità che a breve lo diventi.

Il personale è politico, ed è nella rivendicazione del personale, anche per mezzo di artifici, che si deve fare politica.

Dunque non ho trovato nessun motivo per dire di no alla richiesta della Gorman, semplicemente perché non ho alcun diritto di insegnarle come meglio legittimare la SUA causa. Il mantra è che nessuno dovrebbe usare il proprio privilegio per tagliare le misure delle battaglie delle comunità meno rappresentate, e che se la richiesta mi arriva esplicita la risposta, per me, è e sarà sempre “si”. Per cui: faccio fatica, ma provo ad usare gli asterischi (nella scrittura lunga ancora non riesco, ma ci lavorerò); uso di convinzione tutte le declinazioni femminili già previste dal nostro dizionario (tra l’altro), e per quanto mi riguarda Amanda Gorman può avanzare le richieste che preferisce sulla traduzione del suo libro, senza che la mia bianchezza odiosa lavata con Perlana si senta minacciata di razzismo. Perché se vogliamo che la rivoluzione delle oppressioni sia organica, va fatta piano piano, un “perché no?” alla volta. 

[1] Mi riferisco a Beatrice Venezi, che durante la seconda serata di Sanremo 2021, sostiene che il nome per la sua professione sia “direttore d’orchestra”, nonostante sul dizionario sia presente l’alternativa femminile “direttrice d’orchestra”, rivelando la sua posizione quindi, come politica.

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