VERSO

La moneta si librava in aria nell’inerzia di un moto aspirale, si rotolava in discesa nello spazio in direzione del palmo pronto ad accoglierla. Se fosse uscito il verso, l’avrebbe dovuto ammazzare. Capitava sempre che sperasse nel lato retto della moneta, quello della grazia, una piccola speranza giusto per non doversi sporcare anche questa volta. Glieli lasciava addosso, sua madre, i pantaloni che sporcava di fango quando giocava a pallone nel campo dietro casa. Ci andava anche a scuola il giorno dopo, e Federica, che già non lo guardava, arrivava anche a sbeffeggiarlo. Così imparava a sporcarli, che quella casa non era un’albergo, e che una madre non è una schiava al servizio degli altri. L’altro stava sul pavimento raggomitolato come un armadillo, in attesa e senza fiato. Aveva visto entrare un pazzo con quel fucile a canne mozze ben puntato su di lui, e in un attimo si era messo a supplicare e frignare e a contorcere la bocca e il viso in smorfie di poco decoro. Si era pure pisciato addosso e ora come una palla rannicchiata, dondolava in stato ansiolitico nella pozza maleodorante di urina. Il gioco della moneta l’aveva spento, improvvisamente, come un jukebox alla fine della canzone, la dignità era tornata a fiorire sulla magra faccia smunta, e la voce stava incastrata nella gola come nella lamiera di un’auto fracassata. Capitava a tutti. Era il momento di accettazione delle regole del gioco, smettevano di supplicare e cominciavano a crederci anche loro, in quella scommessa, come se fosse stata anche una loro idea. L’assassino per primo era abituato a credere alle cose che raccontava, soprattutto della fedeltà di Margherita, che in quel momento lo stava aspettando a casa ai fornelli. Certo. O alla presunta verginità della madre sacrificata solo per l’atto della procreazione, nonostante l’epiteto di “generosa” usato di continuo dai suoi amici. Credeva anche di avere successo, e raccontava di come la sua ditta di ceramiche fosse rinomata in tutto il mondo nonostante le numerose teste che aveva dovuto tagliare. Licenziare, per una assassino non era un atto complicato, ma è anche giusto il contrario: ammazzare, per un tagliatore di teste non è un atto complicato.

Sulla mensola una cornice abbracciava la sagoma di una bambina in tutù, sorridente nel suo primo passo di danza, e sulla scrivania un ammasso di scartoffie indisciplinate che in nessun punto lasciavano respirare il legno. Una lavagna a muro, di medie dimensioni era ricoperta di calcoli disordinati, veloci, radici quadrate, e logaritmi, forse. Uno scienziato dunque, e padre, era questa la vittima di oggi. Allora pensò a quanto andava male in fisica, alle superiori, prima di abbandonare gli studi, in fondo il padre aveva lavorato sodo per costruire l’azienda, e sarebbe passata a lui ugualmente, con laurea o senza, quindi perché faticare troppo? Aveva imparato sul campo a investire e risparmiare, a controllare e organizzare, si chiedeva che cos’altro avrebbe dovuto conoscere per vivere dignitosamente. Era l’esempio concreto del coronamento di ogni perfezione, e che l’istituzione scolastica era alquanto superata. Tutto era perfetto: Margherita, bellissima e devota, la villa ereditata, il nome rinomato, tutto talmente liscio, levigato, senza increspature che era venuto a noia della sua stessa vita. Da qui questo gioco sadico, inventato per ritrovarsi ancora una volta con il coltello dalla parte del manico, come quando diceva a un dipendente di non ripresentarsi il mese dopo, o come quando bloccava la carta di credito a Margherita. E, come non era necessario in queste situazioni, anche per ammazzare non serviva alcun talento.

La moneta atterrò nel palmo dell’assassino, la ricoprì con l’altra mano e la rigirò, come si era soliti fare per le scommesse. Verso, era uscito il verso. Lo scienziato rimase impietrito con la faccia secca, e l’assassino mirando gli esplose un colpo in faccia. Cadde all’indietro, lo scienziato, sciogliendo la palla d’armadillo che aveva composto col corpo per difendersi, mentre un denso schizzo di sangue imbrattò un articolo di giornale appeso al muro, che lo vedeva protagonista.

La piccola bambolina in tutù aveva ancora qualche speranza, avrebbe potuto raccogliere gli appunti del padre e appassionarsi, avrebbe potuto imparare che statisticamente non esiste salvezza e che la fortuna è un caos di probabilità, un’entropia di forze e particelle e non solo una brezza divina che punisce sempre chi se lo merita. E forse avrebbe anche potuto accettare questo disordine. Quello che rimase al figlio dell’assassino, del suo immenso impero, una volta che si suicidò per non andare in galera, fu un test di paternità che dichiarava che era figlio dell’idraulico.

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